Quell’applauso che sa di ipocrisia
Mai applauso fu più sincero di quello con cui, mercoledì pomeriggio, la Maggioranza ha accolto in Senato il discorso di addio di Nicola Di Girolamo. L’ipocrisia, infatti, si era già consumata prima, con il voto che aveva ratificato le dimissioni del senatore. Peccato solo che il regolamento di Palazzo Madama (articolo 113) imponga lo scrutinio segreto per questo genere di votazioni, perché non c’è dubbio che nei 259 voti a favore di queste dimissioni la Maggioranza, quella stessa Maggioranza che ha applaudito, fosse ben rappresentata.
Sarebbe molto più “curioso”, invece, sapere chi siano stati i 16 contrari e i 12 astenuti. Di sicuro, le loro motivazioni sarebbero molto più interessanti. Trasgressive, persino, in un dibattito politico in cui una certa retorica dell’antimafia la fa da padrona.
C’è da dubitare, invece, che l’applauso abbia premiato la qualità o i contenuti politici del discorso dell’ex senatore. Qualità e contenuti che l’avvocato romano non ha mai esibito nei suoi quasi due anni da parlamentare. Ed è solo per questa tragica fatalità che Di Girolamo è diventato protagonista, forse per la prima volta in vita sua. Sebbene c’è da dubitare che quella di rassegnare le dimissioni sia stata una sua libera scelta. Se non le avesse rassegnate, avrebbe messo in imbarazzo i colleghi della sua stessa Maggioranza, che avrebbero dovuto “dimissionarlo” o dichiararne la decadenza, magari riaprendo il dibattito congelato dal 2009, o concedere alla magistratura l’autorizzazione a procedere.
Invece lui ha levato a tutti le castagne dal fuoco, evitando una discussione che avrebbe provocato a molti più di un motivo d’imbarazzo. E di questo un Senato che certo non è al di sopra di ogni sospetto (visto che la Dda starebbe indagando anche su altri colleghi di Di Girolamo) ha di che essergli grato. Un applauso è stato davvero troppo poco.
Poi si può parlare pure, come ha fatto Gasparri, di «rispetto» per uno che sa di dover finire in carcere. O di «un lato umano» di cui tener conto dietro ogni questione, come ha fatto Giovanardi. Ma resta la curiosità di sapere che avrebbero detto o fatto questi due se, anziché dimettersi, Di Girolamo avesse deciso di resistere, mettendo il Senato con le spalle al muro.
È stato troppo facile votare coperti dal segreto nello stesso modo in cui, per dirne una, ha votato la Finocchiaro, alla quale, invece, non è parso vero di poter bollare di indegnità l’applauso del Pdl. È stato troppo facile cavarsela così. L’opinione pubblica avrebbe, invece, meritato qualcosa di più. Almeno un dibattito serio. Perché Di Girolamo sarà pure un uomo qualunque (lo era anche da senatore), ma la sua non è una situazione qualunque. Da questo Senato - lo stesso Senato da cui molti si aspettano il definitivo affossamento di un ddl antimafia che, se approvato, impedirebbe a tanti Di Girolamo di diventare parlamentari - sarebbe stato legittimo attendersi una presa di posizione inequivocabile. Invece, molti hanno potuto svicolare sul solito dibattito tra “garantisti” e “giustizialisti”. L’Opposizione ha potuto così puntare il dito, come ha fatto la Garavini. Ma, di fronte a un Senato che non ha dovuto assumersi nessuna responsabilità, le sue sono state prediche inutili, sebbene non immotivate.
E Di Girolamo? Ha ragione in pieno a dire di non essere un Lucifero: non ne avrebbe la statura. D’altronde, è un bel pezzo che le mafie non votano più i Vittorio Emanuele Orlando, gli Starabba di Rudinì e i Giovanni Giolitti. Ha ragione pure, Di Girolamo, a dire di non aver portato la ‘ndrangheta in Senato: infatti è stata la ‘ndrangheta, secondo gli inquirenti, ad aver portato lui. Con il rischio che abbia fatto altrettanto con molti altri illustri sconosciuti di cui il Parlamento è pieno. In tal caso, l’oscuro avvocato romano, diventato senatore senza alcun merito e finito in galera per essersi prestato a un gioco più grande di lui, merita quel minimo di umana comprensione che si deve ai capri espiatori. Dimettendosi ha preso su di sé, oltre le sue, tutte le colpe di un intero ceto politico che, trincerandosi dietro un malinteso garantismo, giustifica la propria mancanza di coraggio. Che si è vista appieno con quell’applauso che mercoledì pomeriggio ha archiviato Di Girolamo. Solo l’uomo, però: il caso, invece, è ancora apertissimo.
Saverio Paletta
saverio.paletta@email.it
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