Inattesa ricomparsa di Cartesio
Un intreccio avvincente: rinvenuta una missiva rubata da un italiano in Francia 160 anni fa e poi finita negli USA
Il filosofo fa parlare di sé grazie al ritrovamento di una lettera inedita
Cogito, ergo sum, letteralmente “penso, dunque sono”. L’espressione della certezza con cui Cartesio si pone nei confronti dell’uomo come soggetto pensante (Principia philosophiae 1, 7 e 10) è entrata a far parte, ormai, del dizionario universale delle locuzioni. Chi non conosce, del resto, il pensiero del Padre del cosiddetto razionalismo “continentale”, che si impose in Europa tra il 1600 e il 1700, convinto assertore di una conoscenza che, in ogni settore del sapere, deve essere tesa alla precisione delle scienze matematiche con l’ausilio del “dubbio” come strumento del pensare rigoroso?
Anche per questo il filosofo e matematico francese il cui vero nome è René Descartes (1596-1650), che siede di diritto nell’olimpo dei precursori del pensiero moderno, non poteva che tornare a far parlare di sé. Così è stato, 373 anni dopo la stesura del celebre Discorso sul metodo, con il ritrovamento di una sua lettera autografa inedita, avvenuto, secondo gli usi e i costumi dei nostri tempi, grazie alla Rete. Ma soprattutto grazie all’acume dello storico della filosofia Erik-Jan Bos, docente all’università olandese di Utrecht, che, durante il lavoro di riedizione dell’epistolario del pensatore francese, si è trovato di fronte alla scoperta: la missiva, lunga addirittura quattro pagine e datata 27 maggio 1641, di cui fino ad oggi era nota l’esistenza ma non il contenuto, risultava custodita da oltre un secolo negli archivi dell’ignaro Haverford College in Pennsylvania. Recentemente messo a disposizione da Google, il prezioso documento è ovviamente balzato subito agli occhi del professor Bos.
Nella lettera - indirizzata a Padre Marin Mersenne, un amico teologo a cui Cartesio aveva sottoposto in precedenza altre opere - il pensatore spiega le motivazioni che lo condussero ad escludere alcune riflessioni dalla sua opera Meditationes de prima philosophia, dove espone il suo sistema filosofico, ampliando la prima formulazione che ne era stata fatta nel Discorso sul metodo (1637).
Tutto bene fin qui. Ma la missiva come arrivò in Pennsylvania? Per saperlo occorre risalire agli intrecci, degni di una sceneggiatura cinematografica, che hanno caratterizzato il tortuoso viaggio della lettera dal momento in cui fu sottratta, o per meglio dire rubata, alla biblioteca dell’Institut de France a Parig: il furto, risalente a 162 anni fa (1848), fu messo a segno nientemeno che da un italiano.
Guglielmo Libri, questo il nome (chiaramente inventato, magari dallo stesso ladro) del matematico precursore di Arsenio Lupin, portò con sè altre 71 lettere. Ma gran parte delle missive cartesiane (45 su 72) rubate nel 1848, ovvero quando Libri era Segretario del Comitato generale del catalogo generale dei manoscritti delle biblioteche pubbliche francesi, furono recuperate dai francesi.
Il “romanzo”, tuttavia, non finisce con l’emissione di un mandato d’arresto per l’impavido Guglielmo. Il “genio maligno” (tanto per citare uno dei capisaldi del rigoroso pensiero cartesiano) riuscì infatti a rifugiarsi a Londra, portando con sé una collezione di 30.000 volumi, tra libri e manoscritti - a spiccare, opere di Galileo, Fermat, Leibniz, Copernico e Keplero -, ma non potè evitare la prigione. Condannato in contumacia a dieci anni nel 1850, fu poi costretto a restituire la refurtiva, che venne messa all’asta nel 1861, al termine di una complessa vicenda giudiziaria.
Se la maggior parte delle opere rientrano in patria, la lettera inedita finì invece nella mani dello statunitense collezionista di autografi, Charles Roberts, che l’acquistò senza sapere che fosse stata rubata.
Fu proprio la moglie di Roberts, Lucy Branson, a decidere, nel 1902, di donare alla biblioteca di Haverford lo scritto a firma del filosofo che, con il suo “metodo”, spianò la strada al pensiero moderno.
Valentina Noseda
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