Sulla frontiera dei “desplazados”

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Farc

Ancora nessuna soluzione tra l’Ecuador e la Colombia per gli sconfinamenti reciproci pro e anti-Farc

Il primo marzo di due anni fa l’esercito colombiano bombardava un accampamento delle Farc in territorio ecuadoriano, con la conseguente uccisione del capo guerrigliero Raúl Reyes e di altri 26 elementi appartenenti al movimento. Il che determinò la reazione del Presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, che si dichiarò pronto a operare militarmente contro chi osava compiere azioni militari violando la sovranità del proprio Paese. Venne allora emesso dalla Corte di Giustizia ecuadoriana un ordine di cattura nei confronti del Ministro della Difesa colombiano, Juan Manuel Santos, ordine annullato soltanto lo scorso 25 febbraio.
Il pericolo di un conflitto fra Colombia ed Ecuador fu scongiurato, ma rimangono ancora alquanto fredde le relazioni fra i due Paesi, e soprattutto non è stato risolto il conflitto di frontiera fra elementi delle Farc e gli effettivi colombiani, in parte sostenuti da gruppi paramilitari. Lo scorso mercoledì infatti venivano uccise dai guerriglieri quattro persone che, secondo dichiarazione degli stessi protagonisti dell’operazione, sarebbero state pronte ad aderire al movimento miliziano delle Aquile Nere. I loro corpi sono stati rinvenuti da soldati dell’esercito ecuadoriano all’interno della frontiera del proprio Paese, ma si pensa che l’uccisione sia avvenuta in territorio colombiano e che poi i corpi siano stati trasportati oltre la linea di confine.
In seguito all’accaduto il Presidente dell’Ecuador ha dichiarato alla stampa che «le Farc non potranno giocare con la vita dei nostri concittadini», considerando il pericolo di un radicamento di gruppi guerriglieri, con tutto il loro carattere destabilizzante, all’interno della frontiera ecuadoriana.
Appare ora di scarso rilievo verificare in che punto esatto sia avvenuto questo atto di guerriglia, dinanzi al dato che vede la costituzione di numerosi nuclei di guerriglieri operare al margine della frontiera fra Ecuador e Colombia (non diversamente da quanto avviene a opera dei Talebani al confine fra Afghanistan e Pakistan), sfruttando a proprio vantaggio la mancanza di coordinamento fra gli eserciti dei due Paesi, mai pronti a un’azione comune.
Le regioni colombiane confinanti con l’Ecuador sono Nariño e Putumayo e in entrambe le aree è notevole la concrentrazione di guerriglieri delle Farc che, tra l’altro, non sono lontane dall’importante città di Pasto, capoluogo del Nariño. Per quanto concerne Putumayo, le forze guerrigliere sono dislocate nei pressi di San Miguel e Puerto Asís, a ridosso della frontiera. In territorio ecuadoriano, si segnalano accampamanti di guerriglieri lungo l’intera linea di confine, da San Lorenzo presso la costa pacifica a Río Mira, sino all’area orientale di Puerto El Carmen.
Il che mostra come, al di là di beghe di frontiera sostenute dall’orgoglio nazionale, lo stesso Ecuador non sia esente da rischi, e che quindi ha poco senso assumere, da parte del Presidente Correa, un atteggiamento di piena neutralità, nella speranza che la guerriglia non coinvolga il suo Paese.
Le Farc, in coerenza con il loro modo di operare, sfruttano tutto quel che possono trovare nei territori nei quali si muovono: beni primari, armi e uomini. Questi ultimi vengono assoldati volenti o nolenti per la guerriglia. E non fa certamente differenza che si tratti di colombiani o ecuadoriani, gente che per lo più condivide la medesima condizione di carenza, viste la situazione generale di quelle zone di confine.
Ad aggiungere problemi alla già complessa situazione, oltre che disagio alla popolazione locale, è la presenza dei gruppi paramilitari, in sostegno all’esercito colobiano o a interessi privati, delle Autodefensas Unidas de Colombia, anch’esse pronte a depredare la popolazione locale e a costringerla con la forza a stare dalla loro parte. Di qui il dramma, tipicamente colombiano, ma che potrebbe riguardare ora anche l’Ecuador, della masse di desplazados, sfrattati, che lasciano le loro terre in cerca di luoghi meno incerti, al riparo da una guerra che non comprendono e della quale non si sentono partecipi sull’uno né sull’altro fronte.
Luciano Arcella



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