Ma il crocefisso resti nelle aule
Il simbolo cristiano rievoca il sacrificio di Gesù che predicò l’uguaglianza degli uomini: un grande insegnamento
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo accoglie il ricorso dell’Italia
Stavolta esageriamo: Dio esiste, non ne dubitavamo, ma diciamo che ora abbiamo una ragione in più... Ieri l’altro la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha accolto il ricorso dell’Italia sull’affissione del crocefisso nelle aule scolastiche. La vicenda del divieto, come riferiscono le agenzie, «era sorta dopo che la signora Soile Lautsi e il marito si erano rivolti alla Corte dei Diritti dell’Uomo contro lo Stato italiano, perché i loro due figli frequentavano le lezioni nella scuola statale di Abano Terme in aule con il crocefisso esposto, contestando un’ingerenza dello Stato nella libertà di pensiero e di religione. Al ricorso aveva fatto appello il Governo italiano il 28 gennaio 2010».
Il caso, spiega la sentenza della Corte di Strasburgo, «verrà esaminato dalla Grande Camera che si pronuncerà con un verdetto definitivo». Quest’ultimo passaggio «non è obbligatorio, ma, nella pratica, è quasi sistematico. La composizione della Grande Camera - si legge - sarà definita in uno stadio ulteriore».
Il Ministro Frattini ha espresso «vivo compiacimento». Tuttavia la materia resta incandescente. Perciò, prima di cantare vittoria, aspetteremmo la parola definitiva della Corte.
Va ricordato, stando al più agguerrito laicismo europeo, quello dei socialisti spagnoli, che, secondo gli “zapateristi”, l’esposizione del crocefisso è giudicata lesiva della libertà religiosa. Punto e basta. Infatti nel 2008, in Spagna, venne giustificata la rimozione di un crocefisso da un’aula scolastica di Valladolid su richiesta giudiziale di due genitori, in base al fatto che l’esposizione del simbolo cristiano nelle scuole pubbliche non rispettava «il credo religioso di tutti» gli altri.
La situazione spagnola era ed è particolare, poiché rinvia alla tragica esperienza della guerra civile, dove vennero commesse atrocità da entrambe le parti in lotta, franchisti e repubblicani. Inoltre la Spagna probabilmente mantiene il triste primato di aver espresso nella prima metà del Novecento la più violenta forma di anticlericalismo.
Per farla breve, al di là della fresca vernice sociale “almodovariana”, la Spagna sembra restare la patria di elezione dell’estremismo. E Zapatero, con il suo glaciale laicismo, sembra subire impulsi profondi e antichi.
Ma torniamo alla situazione italiana che fortunatamente non assomiglia a quella spagnola. L’idea di togliere il crocefisso dalle aule scolastiche non è condivisibile. E non per ragioni religiose (le radici cristiane) o politiche (la presenza in Italia del Vaticano), bensì per un motivo di natura simbolica e sociologica. Sì, sociologica, anche perché la croce non va mai usata come un randello “religioso” per colpire chiunque non la pensi come noi. Di qui la necessità di trovare un punto di contatto con quei laici non ancora fanatizzati, che, per fortuna, sono tanti.
Il ragionamento è questo. In primo luogo, il crocefisso rinvia al sacrificio. Ma, attenzione, di un “uomo” che aveva predicato l’eguaglianza tra gli uomini, come mai prima nella storia. Quella croce significa simbolicamente che un “uomo” si è sacrificato per l’eguaglianza dei suoi simili: non per gli schiavi contro i patrizi, ma per gli schiavi e i patrizi insieme.
In secondo luogo, il crocefisso “ci inchioda” tutti alla nostra condizione di uomini immersi in una vita che è sofferenza, anche se la società del divertimento mira a farci vivere in una sorta di gaia e individualistica incoscienza. Quella croce significa, sociologicamente, che la vita è, quanto meno, una “vicenda” da affrontare con la giusta severità.
Ecco, per queste due ragioni mai toglieremmo il crocefisso dalle scuole. Dove, appunto, oltre che istruire, si deve educare all’eguaglianza tra gli uomini e a una visione severa della vita.
Ora, si spera che i diciassette giudici della Grande Camera cerchino di ragionare in questi termini. A dirla tutta, non ne siamo così sicuri. Però, come dicevamo, se Dio esiste…
Carlo Gambescia
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