Cosentino minimizza, i giudici no
La Cassazione ha dichiarato legittimo l’ordine d’arresto nei confronti del Sottosegretario all’Economia
Nicola Cosentino, Sottosegretario all’Economia e parlamentare del Pdl, in galera non ci andrà perché la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere dopo l’ordine d’arresto nei suoi confronti emesso dal gip di Napoli il 7 novembre scorso. Tuttavia, dopo la pubblicazione delle motivazioni con cui la Cassazione ha dichiarato legittimo quell’ordine d’arresto, la posizione di Cosentino è a dir poco compromessa. La Suprema Corte, infatti, parla di «concreti e specifici elementi indizianti» nei confronti del parlamentare del Pdl e non di semplici sospetti. «Anche a voler ammettere l’esistenza di incongruenze logiche - scrive la prima sezione penale della Cassazione -, resta intangibile dal sindacato di questa Corte la motivazione sviluppata dal giudice della cautela per esprimere il proprio convincimento in ordine all’elevata probabilità di colpevolezza relativa al concorso esterno nell’associazione di tipo mafioso realizzatosi mediante il patto concluso con il sodalizio camorristico e il coinvolgimento nella società “ECO4” operante nel settore della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti».
Insomma, una posizione molto netta e circostanziata che, ovviamente, non entra nel merito della questione perché non è nella competenza della Cassazione, ma che, carte in mano, considera legittimo quell’arresto che mai è stato eseguito, grazie all’intervento dei colleghi parlamentari di Cosentino che hanno negato l'autorizzazione.
E Cosentino come commenta? «Il giudizio di “adeguatezza” della motivazione cautelare, espresso dalla Suprema Corte - dice-, non contiene, né assorbe, né esaurisce la valutazione circa la concretezza ed effettività degli elementi indiziari valorizzati nei miei confronti. Il Gip ha ben motivato usando i materiali probatori a sua disposizione, cioè le dichiarazioni di collaboratori, ma ciò non significa affatto che quei materiali siano “veri”. La mia linea di difesa rimane immutata: chiederò di essere immediatamente processato al fine di ottenere riconosciuta la mia assoluta innocenza».
Cosentino, dunque, minimizza, sottolineando che la sentenza di adeguatezza, oltre a non entrare nel merito delle accuse, non aggiunge nulla alle uniche prove che il Sottosegretario avrebbe a suo carico: le parole dei pentiti.
Il dato certo è che, se Cosentino non fosse un deputato, a quest’ora sarebbe in carcere, anche solo per quelle che lui dice essere semplici dichiarazioni di pentiti. Non è un caso che qualche settimana fa lo stesso Cosentino, non in sintonia con le decisioni dei vertici del suo partito sulle candidature in Campania, si dimise da coordinatore regionale del Pdl e da Sottosegretario, ma non da parlamentare, l’unica carica che gli garantisce un bene prezioso: l’immunità.
Auguriamo a Cosentino di meritarsi questo privilegio che i suoi colleghi hanno voluto accordargli, dimostrando la propria innocenza. Se così non fosse, sarebbe giusto che il parlamentare del Pdl, una volta condannato, sconti un supplemento di pena per aver tradito gli elettori, il Parlamento e le istituzioni tutte. Un supplemento di responsabilità che, però, a differenza dell’immunità, per i parlamentari non è previsto.
Marco Benarrivo
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