Pure lo spoglio è a rischio blackout

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Elezioni

Il personale della Giustizia minaccia lo sciopero in occasione dello scrutinio alle elezioni di fine marzo

Renata Polverini e Roberto Formigoni si staranno mangiando le mani: se lo sciopero bianco annunciato da RdB Pubblico Impiego, FPCGIL, UILPA e FLP fosse stato programmato per il giorno della consegna delle liste, forse le loro candidature oggi non sarebbero in bilico. Perché i lavoratori della Giustizia ora vogliono mettere in atto un’«applicazione rigorosa e pedissequa delle mansioni stabilite dalle norme processuali, dalle leggi e dai contratti di lavoro e astensione dallo spoglio delle Elezioni Regionali». Bloccare di fatto le procedure, applicandole alla lettera, e non partecipare - scioperando - alle attività connesse alle Elezioni Regionali e Amministrative. Se si fossero astenuti pure dal verificare bolli e firme, sai che pacchia per chi non è stato tanto preciso nel consegnare le liste!
Ma, a parte la contingenza elettorale, palcoscenico che i sindacati hanno ovviamente scelto per inscenare la protesta e far sentire meglio la propria voce, restano i disagi strutturali del comparto: «Con queste ulteriori iniziative di lotta, i lavoratori intendono affermare con forza che la Giustizia non può più andare avanti solo grazie alla loro abnegazione», ha spiegato Pina Todisco, della Direzione Nazionale RdB Pubblico Impiego. «Le condizioni in cui siamo costretti quotidianamente a fronteggiare il servizio non sono degne di un Paese civile. Vogliamo ricordare - ha aggiunto la Todisco - che dal 2001 al 2007 il personale è diminuito di ben 9.000 unità, mentre i procedimenti sono passati dai 5.380.828 del 2001 ai 6.154.556 del 2007. Questa mole di lavoro deve essere sostenuta da un personale complessivo di 40.752 unità, mentre il tanto sbandierato processo telematico riguarda solo lo 0,04% degli uffici, dove invece spesso non c’è nemmeno la carta su cui scrivere, e per 1.000 uffici giudiziari ci sono soltanto 483 informatici».
In generale, va ricordato che, in base al rapporto della Banca mondiale, l’Italia rimane sempre al posto numero 150 nella classifica dei Paesi con i tempi di giustizia più lunghi. Questo pur avendo costi del tutto paragonabili a quelli delle altre Nazioni e un numero di dipendenti talvolta superiore. In pratica, il Belpaese non «appare in alcuna posizione competitiva al pari degli altri Paesi europei» che occupano i primi 50 posti della classifica, ma su 181 Paesi esaminati si colloca dopo l’Angola, il Gabon e la Guinea. In questo ultimo anno, «tutte le Nazioni europee hanno registrato lievi progressi, mentre in Italia - annota Vincenzo Carbone, Presidente della Corte di Cassazione - occorrono ancora 1.210 giorni per recuperare un credito, con un costo corrispondente quasi al 30% del debito azionato».
Le colpe non possono essere tutte della politica o della supposta mancanza di personale, ma i sindacalisti chiaramente fanno il loro mestiere: «I lavoratori giudiziari, unici in tutto il Pubblico Impiego, non hanno mai conseguito una riqualificazione professionale - ha proseguito la Todisco - e adesso si vorrebbe far passare un ordinamento che azzera le aspettative di carriera e propone un’organizzazione del lavoro di tipo ottocentesco».
Giovanni Monaco



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