Celata dittatura delle canzonette

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Claudio Abbado

Si dà spazio alla musica popolare d’autore per far credere che la cultura è libera, invece è un inganno

La scoppiettante salute della canzone è stata indotta dalla televisione. Una salute nociva alla lettura e all’attenzione alle altre arti. Un concerto di Ughi, o una direzione di Muti o di Abbado sono momenti d’eccezione, isolati nella nostra televisione. L’informazione tende a privilegiare unicamente le risorse degli showman e dei cantautori. Una spiegazione indiretta la potremmo trovare in queste parole di Gorge Orwell: «Non è ben certo che il totalitarismo eserciti sulla poesia un effetto mortale quanto sulla prosa». Per varie ragioni il cantante - soprattutto quello “poetico”- si accorda più facilmente con una società chiusa alla diffusione delle idee di quel che possa fare un prosatore. I burocrati della televisione e gli altri “uomini realistici” in genere non amano la narrativa per timore di quello che dice. Sotto ogni costrizione autocratica o falsamente democratica la presenza della narrativa è ostacolata. Si dà spazio alla letteratura sentimentale, mentre si espongono al successo e agli alti ascolti forme espressive del tutto neutre come la canzonetta sanremese, la danza, il folklore. La canzonetta d’autore è coltivata per dimostrare che nel Paese la cultura popolare gode di ampia libertà. L’inganno è sottile e grossolano; e ci si stupisce di vedere tanta brava gente accoglierlo come un fiore di verità. La vera prosa - non quella consumistica - che scopre la ragioni, i moventi, le conseguenze degli atti umani, quella che diffonde le idee e comunica i risultati deve accontentarsi di qualche premio, ma senza la garanzia di una larga diffusione e di una libertà assoluta. Non ci si deve stupire se, oggi, tanti scrittori si adattano ai tempi per avere uno spazio in tv o una rubrica televisiva.
La diserzione più grave è quella di una televisione che affida all’“agnellista” Elkann la selezione e la censura delle opere. è un autentico “pizzardone” della letteratura. è uno tra i tanti che regola il traffico editoriale. Un vero scrittore è un indiscreto, un San Tommaso inveterato; solleva i veli sotto cui si celano gli inganni della politica e del potere.
A guardar bene quel che accade dietro le file impettite dei canzonettisti da festival o dentro le finestrelle della tv o dentro le teste delle moltitudini ci si accorge come senza la lettura e la cultura le menti si intorpidiscono tutte nella stessa sonnolenza.
Mai come in questo momento è di attualità l’invocazione di Wilhelm Reich (collaboratore di Freud) il quale esortava a «riconoscere in tempo utile il cialtrone politico». In Italia i cialtroni politici sono tanti, e si fa fatica a individuare chi non lo è. Come al tempo del “passato regime” si eleva sempre l’invocazione “largo ai giovani”. Se i matusa della cultura italiana sono quelli che pontificano oggi, i giovani non possono venir meglio di loro. La commedia delle generazioni in conflitto non imbambola nessuno, perché sono due generazioni che si assomigliano come due gocce d’acqua.
Questa è una democrazia fondata sulle canzonette e sul superenalotto.
Maurizio Liverani



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