Adesso pure i brogli al televoto

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Valerio Scanu

Clima teso dopo l’apertura di un fascicolo da parte della Procura di Sanremo: in dubbio la classifica del Festival

Negli show in tv la scelta del vincitore ormai è affidata al pubblico

La Procura di Sanremo ha aperto un fascicolo sul televoto che ha decretato il vincitore del sessantesimo Festival. Silvio Berlusconi, nella vicenda, troverebbe di che rinfocolare i suoi pregiudizi contro la magistratura: il procuratore Roberto Cavallone, d’altra parte, ha solo dato il seguito d’ufficio a un esposto presentato dal Codacons alla Guardia di Finanza.
La questione è annosa. Il trio Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici, con il suo “Italia amore mio” ha scatenato, sin da prima di giungere alla kermesse, sentimenti opposti e virulenti. Le masse nazional-popolari si sono sdilinquite per la retorica patriottarda e per il bel principe, già incoronato re dei ballerini televisivi, l’inteligentija lo ha crocifisso per le sue stecche con una violenza evidentemente viziata da rancori anti-monarchici, al punto che gli orchestrali (pagati per accompagnare tutti i concorrenti) hanno platealmente stracciato gli spartiti per protesta.
Il problema è che, nel rush finale, il terzetto è stato superato da Valerio Scanu (già desaparecido, pare, dalla memoria collettiva), il quale ha ricevuto quasi 100 mila voti in un’ora. Il consenso popolare, che aveva ripescato Emanuele dall’estromissione dopo il verdetto dei giurati, gli ha così tolto la vittoria. Forse, con l’aiuto di qualche industria discografica o di qualche “appaltatore” telefonico.
Che la questione riguardi una canzonetta è irrilevante: a Sanremo si è consumata una vera guerra tra il giudizio delle élite (i critici musicali) e il consenso di massa, del quale il televoto ha però illuminato la manipolabilità. La presunta truffa, insomma, si presta a una lettura che investe il senso e l’utilità stessi della democrazia in epoca post-moderna.
Che senso ha questa tendenza a rendere giudice la “volontà popolare”, ormai dilagante? Nello show non c’è orai format che non affidi ai voti del pubblico la decisione su chi vince e chi perde: dal “Grande fratello” a “X Factor”, da “Amici” fino a “Il più grande italiano di tutti i tempi”, dove si sono confrontati per il titolo Caravaggio e Alberto Sordi, Enrico Fermi e Fiorello, Dante e Laura Pausini.
D’altra parte, giornali e telegiornali propongono sondaggi su tutto: l’allenatore di calcio o l’assassino del mistero irrisolto. La percentuale diventa giudizio, lo share assurge a verità. Per non parlare del web, dove la sovrapposizione dei pareri soggettivi è la regola e la forza della Rete. Così, l’expertise si riduce a “parere” (un termine indicativo, il cui significato è anche sembrare, apparire).
Un senso, se un senso c’è, è quello di estremizzare una decadenza insita nel sistema. La conduttrice di scarso successo e il cantante noto soprattutto per i suoi silenzi vengono assoldati dalle reti televisive e dai maggiori quotidiani come “opinionisti” (altro termine emblematico: da doxa, che i greci distinguevano dall’episteme, la vera conoscenza). E allora perché l’arbasiniana casalinga di Voghera non deve dire la sua sulla crisi economica via sms, o il passante discettare del tema bioetico insieme con l’implacabile cronista?
Sono i costi della democrazia. Certo, non tutto si può votare, esistono realtà oggettive che non mutano neppure a forza di plebisciti. Ma la verità ormai è soggetta a una sorta di Auditel onnipotente, politica inclusa: l’esempio più lampante, i referendum che chiedono un intervento popolare su questioni spesso poco comprensibili, trasformandole in voti “umorali”. Per fortuna che gli elettori sono più saggi dei promotori e spesso fanno mancare il numero legale.
Dunque non lamentiamoci e restituiamo al mittente come irricevibile la telefonata di Adriano Celentano, che ad Annozero ha detto: «Dopo Emanuele Filiberto, è chiaro che per essere ammessi al Festival non c’è bisogno di essere un cantante». Mentre Morgan sarebbe stato escluso ingiustamente, visto che «si vendono le sigarette e si sa che le sigarette, come la cocaina, fanno male».
Bene, se questo è il verbo di chi se ne dovrebbe intendere, largo agli ignoranti. Di cui Celentano, in effetti, un tempo si professava re (a proposito di monarchie).
Battista Falconi



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