Quelle banalità in connessione

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Internet

Il dibattito sulla rivoluzione interinale si connota per la superficialità e neanche i “guru” si salvano

Quando si parla tanto di Internet il rischio, lo stiamo correndo anche in questo momento, è dire solo banalità.
Nicholas Negroponte, Fondatore e Direttore del Medialab del Mit, forse il massimo guru del web, ha candidato la Rete al Nobel per la Pace (con l’appoggio di Wired): è vero che dopo quelli assegnati al contestatissimo Ipcc e al guerrafondaio Obama il riconoscimento non ha più significato, ma l’iniziativa suggella una stantia riflessione post mcluhaniana che confonde mezzo e messaggio.
Jaron Lanier, l’autore dell’espressione “realtà virtuale”, sostiene tesi opposte ma altrettanto scontate: la Rete è in mano a una folla superficiale, non si capisce più chi ha ragione e chi torto, chi sa e chi parla per sentito dire, siamo al “maoismo digitale”. Beh, era prevedibile. Eppure il guru ha così impressionato i nostri mediologi che Gianni Riotta ha aperto un “dibbattito” sull’argomento.
Scusate, ma dopo un incidente qualcuno pensa di far controllare il tasso alcolemico ai caselli autostradali? O chiede di vietare le telefonate poiché anche i criminali comunicano via cellulare? Chiedere un controllo della rete telematica, peraltro impossibile, è altrettanto assurdo. Quanto lo sarebbe proporre il Nobel per i viadotti o l’alta velocità.
Il Direttore dell’Istituto di informatica del Cnr lo ha spiegato con chiarezza, dopo la condanna ai dirigenti di Google: giusto punire il ritardo nell’oscuramento del video incriminato, ma non pensiamo di controllare preventivamente i contenuti immessi. La possibilità per gli utenti di caricarli direttamente è il fulcro del web 2.0 e 3.0 e sublima la potenzialità interattiva che è l’essenza stessa di Internet. Invece, tutto il dibattito sulla rivoluzione internettiana risente di una miopia sconcertante. Colpa anche di chi, come il citato Negroponte, nell’avviarla - appena quindici anni fa - proponeva scenari paradisiaci senza considerare i cambiamenti che essa avrebbe apportato sul linguaggio, il comportamento e il modo di pensare e relazionarsi con gli altri. Era già accaduto con la televisione, il telefono, la ruota ed il fuoco, non poteva non ripetersi con l’informatica, la telematica e il digitale. I cosiddetti “approfondimenti” relativi a web, social network, loro uso ed abuso, che si trovano quotidianamente soprattutto sulla carta stampata, che più avverte la minaccia dei nuovi media, rispecchiano riflessioni oramai superate dalle stesse masse cui tali prediche sono rivolte.
«Facebook ha rivoluzionato i rapporti personali», «le cose da raccontare hanno preso il posto di quelle da fare», «questo modo di tessere rapporti non potrà sostituire l’autenticità di una conversazione dal vivo»… Leggiamo, da firme autorevoli, considerazioni da bar, onanistiche. Per non parlare di quelle, apparentemente opposte, sulla paventata censura: «Google ha cambiato il mondo. Avere a portata di “click” lo scibile umano rappresenta una risorsa senza precedenti». Grazie, l’avevamo intuito.
E la querelle sulla rete “anarchica”? Ripete cose già dette mille volte nel mondo “reale” in cui abbiamo vissuto finora. L‘arte di copiare su web? Esiste da quando Gutenberg ha inventato la stampa a caratteri mobili, la letteratura vive di contaminazioni, scambi, citazioni; e nella musica le “cover” esistono da decenni. Già 30 anni fa Umberto Eco parlava della «sindrome da fotocopia» che affliggeva i laureandi, convinti che bastasse stampare materiale per impararlo. E da quando registravamo i vinili su cassetta si era aperta la diatriba tra diritto d’“autore” e di “sapere”, anche se non si parlava di “Public Domain”: con il download è cambiata solo la velocità. Anche la polemica su certi siti o piattaforme non aggiunge nulla di nuovo. Google e Wikipedia sono comodi anche se imprecisi, Facebook è divertente ma alla lunga delude… Il sistema replica quanto sperimentato con i talk show, i contenitori o i rotocalchi. E la polemica sulle edit wars? Lanier scopre solo ora che la realtà virtuale è colonizzabile, negli anni ’90 scriveva: «Qualcosa di meraviglioso è successo con l’introduzione del World Wide Web. La fede nella bontà umana è stata riaffermata per sempre tramite uno strumento disponibile alla gran massa delle persone. Urrà!». Beh, si sbagliava allora, e la sua attuale delusione è tardiva.
Battista Falconi



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