Rete libera, ma non spregevole
Web: censura o meno? La Polizia Postale: «Sono cose frequenti e spesso ci troviamo a sbattere contro un muro»
La pagina shock contro i down ha riacceso la disputa su Internet
La pagina della vergogna è comparsa all’improvviso, all’alba, come una nera aurora sul cielo schiarito. E ha sollevato una montagna di critiche, riaperto il dibattito sulla censura su Internet e costretto la politica a prendere posizioni. Poi è stato oscurato, ma sulla vicenda c’è ancora tanta luce. Il messaggio era inequivocabile, molti, leggendolo, si sono stropicciati gli occhi con il sospetto di avere qualche problema di vista. Non è possibile. Invece sì, sul neonato gruppo di Facebook era scritto proprio così: «Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down». Cinismo, crudeltà, voglia di provocazione racchiusi in una riga. Nella homepage del gruppo, ecco la fotografia di un bambino portatore di handicap bollato come «scemo». E alcune frasi che rincarano la dose dell’assurda offensiva: «È l’unica fine che meritano questi parassiti».
In pochi giorni il gruppo, collocato nella categoria “Salute e Benessere”, ha raccolto 800 membri. Ma anche migliaia di contestazioni. Dalla community si è scatenata la rivolta. Come? Attraverso il passaparola indignato e con la tecnica della mail bombing: una pioggia di mail di segnalazione rovesciata nelle caselle di posta di conoscenti e amici in rubrica e soprattutto delle redazioni di giornali, radio, televisioni e testate online. L’urlo della gente comune contro la voce di pochi cretini. Che naturalmente hanno lanciato il sasso nascondendo poi la mano. Fondatori e amministratori del gruppo sono “Il signore della notte” e “Il vendicatore mascherato”. Ma indirizzo e dati sono di fantasia.
Impossibile dunque risalire alle generalità di chi, senza troppo coraggio, ha accesa la miccia dell’intolleranza. In via Tuscolana, quartier generale della Polizia Postale, gli inquirenti allargano le braccia. «Abbiamo messo sotto sorveglianza il sito lasciando anche un messaggio in bacheca - sottolinea un responsabile della sezione “reati telematici” - ma Facebook opera dall’estero e l’elemento territoriale è decisivo per un nostro intervento. Anzi, per una nostra ricerca, perché molto spesso non si riesce a risalire in tempi rapidi a chi ha effettivamente aperto quel gruppo. Purtroppo queste sono cose molto frequenti, davanti alle quali finiamo spesso con lo sbattere contro un muro. Per l’oscuramento del gruppo ci vuole un provvedimento del magistrato e, dato che i server stanno all’estero, c’è bisogno di una rogatoria. A meno che non intervenga la società». E la società è intervenuta, o semplicemente chi aveva aperto il gruppo shock ha prudentemente deciso di chiuderlo. Ma perché tanto astio verso i down? «Abbiamo parecchie segnalazioni di questo genere, sulle cose più disparate. Anche su Haiti non c’è stata pietà. I nostri psicologi sostengono che probabilmente lo scopo di chi apre questi gruppi è di “fare notizia”, di mettersi in mostra attraverso un’azione che magari neppure condivide, ma che gli serve come chiave d’accesso ad una piccola ribalta».
Contro il gruppo si è mossa anche la politica, dicevamo. La prima ad intervenire è stata Mara Carfagna, Ministro per le Pari Opportunità. «Quello anti down è un gruppo inaccettabile - ha spiegato a caldo - non degno di persone civili, pericoloso. E, soprattutto, un reato che, in quanto tale, sarà perseguito». Giuseppe Palumbo, Presidente della commissione Affari sociali della Camera, ha chiesto che il Governo si muova con un decreto: «Bisogna prendere subito provvedimenti affinché casi del genere non si ripetano più». Sergio Silvestre, leader del Coordinamento nazionale associazioni delle persone con sindrome di down, si è rivolto invece direttamente ai vertici del social network: «Chi ha il potere di chiudere il gruppo lo faccia immediatamente». Detto, fatto. Il gruppo oggi non c’è più, oscurato con la mannaia del buon senso grazie ad un sollevamento popolare.
L’indignazione come motore, insomma. Ma senza regole ben precise. L’episodio ha messo in mostra il lato meno felice della totale libertà di espressione che tutti gli utenti invocano per lo strumento telematico. E il rischio che la “propaganda” su Internet diventi un’arma. Tra le ipotesi da non scartare, c’è quella del fenomeno online chiamato troll: una finta provocazione strumentale, che ha lo scopo di sminuire il valore di una comunità virtuale.
Un attacco a Facebook, insomma, inondato dalle critiche per aver accolto l’inaccettabile. I dubbi restano, e tracciano i confini della libertà di espressione.
Matteo Recanatesi
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