Quel diritto all’aristocrazia

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Pio Filippani Ronconi (al centro) con l’uniforme della “Legione Volontari Italiani”

La figura di Pio Filippani Ronconi, orientalista di fama internazionale

«Ora l’uomo per eccellenza è il Re sulla terra - scrive Pio Filippani Ronconi nel suo saggio Zarathustra e il Mazdeismo - , il quale appare in mezzo al popolo… per far sì che il mondo, nella sua riacquistata perfezione, si ricongiunga al suo principio celeste… Il compito di questa trasfigurazione è il dovere proprio del re; in senso lato è il dovere di ogni uomo».
Il che significa che per la dottrina tradizionale iranica assunta dallo studioso, ogni uomo è re, o meglio ha il diritto e il dovere di esserlo, al fine di elevare sé e il mondo verso la trascendenza. Principio questo che non implica la fede in un’entità superiore alla quale fare riferimento, ma la fiducia nella possibilità dell’umanità di trascendere la condizione di un’esistenza ispirata e governata dalla casualità, per realizzare in Sé in senso dell’essere.
A tale scopo, aggiunge Filippani, è necessaria quell’energia visibile denominata xvarenah , (“splendore mai consumato”) «… la forza motrice del mondo, incarnatasi con particolare purezza nella persona del re, e, come particella divina, presente in ogni uomo nel quale è anche l’elemento paradisiaco attuale nel miracolo della generazione … Nello xvarenah questa sua potenzialità trascendente è sempre attuale; donde il suo potere miracoloso di eccedere l’elemento materiale e condurre all vittoria. Esso è quindi l’elemento soprannaturale, intatto e paradisiaco che in ogni uomo si attua, allorché egli si innalza al livello cosmico …».
Abbiamo riportato questa lunga citazione meditando ora, ad alcuni giorni dalla morte dello studioso, sull’insegnamento che egli trasse dalla sua ininterrotta ricerca e su quello che ha consegnato a chi, nel ricordarlo, si sforza di capire se stesso e questo tempo, al lume della sua figura e del suo quadro del mondo.
Modi insieme aristocratici e popolari i suoi, in armonia appunto con una concezione piena dell’aristocrazia, di quel potere e dovere di re che sono appannaggio di ogni essere umano, la cui elevazione non può realizzarsi in funzione dialettica nei confronti di un’alterità da superare. L’aristocratico non può avere carattere reattivo, ovvero non può riconoscersi come tale rispecchiandosi in una volgarità che gli si contrappone: la sola volgarità starebbe in chi misura il proprio valore sulla deficienza altrui. Ossia in colui che, per elevarsi ha bisogno di figure inferiori e che, nel creare il concetto di massa, la consegna, come sorta di materia bruta, a chi la utilizza come mezzo per i propri fini.
Parlare di spiritualità, dicevamo, non significa necessariamente pensare a un’entità superiore qual può essere il dio cristiano, in cui tra l’altro Filippani Ronconi non si riconobbe, visto che antepose a questo ora uno spiritualismo pagano, ora una ampia tradizione orientale per la quale la ricerca del divino è essenzialmente interiore, ossia finalizzata a sacralizzare la vita elevandola al di sopra della contingenza. In tal senso egli indica una visione sacra e insieme giocosa delle vita, come ricerca, conoscenza, e anche come gioia dell’esistenza: saper essere “buon vicino delle cose prossime” (espressione nietzscheana) e allo stesso tempo guardare lontano. Celebrare l’esistenza nella sua irripetibile presenza, ma nel darle valore, proiettarla verso la consistenza dell’essere, non definita dalla nostra limitante concezione del tempo. Considerazione che non si limita a una dottrina, ma si traduce in pratica di vita, in aspirazione continua, dal momento che, consapevolmente, non è la logica dialettica in grado di comprendere il senso dell’universo.
Cosa che non significa precipitare nell’irrazionalismo, ma nel nome di un corretto senso critico e di un misurato scetticismo, rivolgere questa capacità anche nei confronti di una ragione parziale, limitata, che nella sua ragionevolezza deve contenere l’umiltà del suo limite.
Da questo rifiuto di un ottuso eurocentrismo, simile a quello già espresso dall’etnologo Leo Frobenius, deriva l’apertura di Filippani Ronconi ad altre culture, l’apprendimento di altre lingue, propensione dettata da una curiosità partecipativa nei confronti delle diverse forme d’esistenza. Da qui la giocosa serietà con cui egli ha condotto la sua piena esistenza, e il suo invito, a noi allievi, alla libertà di scelta, unico modo per non tradire mai il nostro maestro né la nostra essenza.
Luciano Arcella



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