Profondo rosso
La cultura di sinistra ha sempre negato la strage dei nostri connazionali
Ma la verità sulle foibe è più forte della censura
C’è un termine coniato da Roger Scruton - usato in diverse occasioni - che, più di una qualsivoglia approfondita analisi o colto giro di parole, rende perfettamente la condizione morale dissestata e il nucleo caratteriale deformato di certi individui: “oicofobia”, avversione per la propria casa e per il proprio retaggio.
Questa malattia dell’anima e della coscienza è endemica nella sinistra, per principio internazionalista, che dovunque fosse presente ha sempre tramato contro lo stato di appartenenza, in nome e per conto di altre centrali ideologicamente lontane ed anche nemiche degli interessi nazionali. Poi, essendo una malattia infettiva subdola, che attacca in maniera asintomatica i gangli vitali di intere fasce di persone, rendendole remissive, sfibrate e paurose, ha alla fine contagiato anche le altre componenti politiche, confluendo in un centro moderato, come gli animali che vengono costretti ad un percorso prestabilito e forzato prima della mansueta macellazione. Due circostanze possono ampliamente documentare questa condizione patologica che, non essendo limitata al territorio italico, ma manifestandosi anche alla vicina Germania, non solleva in un mal comune mezzo gaudio, ma preoccupa per lo sviluppo sempre più epidemico ed esiziale. Gorizia, 13 febbraio 2010, convegno del Centro Studi “Silentes Loquimur”, Il registro delle vittime del confine orientale. Gli italiani e gli istro-veneti 1943-1950. A fronte degli interventi di storici, giuristi internazionali e ricercatori di fama internazionale, vuoto politico in platea. Le uniche due presenze significative del Sindaco di Gorizia e del Presidente del Consiglio Regionale, e poi il nulla. Nessun consigliere regionale, né provinciale, né comunale: di destra, di sinistra e di centro. Tutti colti, impegnati e straripanti di sapere. Nel momento in cui si documentavano ufficialmente e per la prima volta le numerosi adesioni dei politici sloveni al fascismo, la volontà di annessione alla ex Yugoslavia già concordata nel lontano 1933 tra partiti comunisti, la fine della fantasiosa teoria delle foibe come reazione e non come invece è stato di pulizia ideologica nei confronti di tutti - preti, militari, civili, italiani, sloveni, donne - che non condividevano l’ideologia comunista e l’ateismo armato, l’armento politico pascolava in altri praterie. Il motivo è ovvio: non siamo in prossimità di elezioni, per cui non si rendeva indispensabile quella passerella arraffavoti che li vede presenzialisti ossessivi e famelici stringitori di mani, patetici tacchini ché pavoni non diventeranno mai. In compenso, nelle loro profonde esternazioni sul dramma delle foibe, sempre delicati, attenti a non irritare, esperti nei distinguo, nelle prese di distanza, nelle precisazioni difensive. Dresda, 13 febbraio 2010, gli antifascisti di ogni genere e grado, violenti come sempre, attaccano i numerosi partecipanti all’annuale marcia funebre per ricordare i venticinquemila morti e le decine di migliaia di feriti nella distruzione della città, perpetrata da subentranti bombardamenti a tappeto che rasero al suolo il più importante gioiello di cultura barocca della nostra Europa. Gli oicofobici, i negatori delle proprie radici e della propria storia, per l’ennesima volta dimostrano il volto diabolico della loro ideologia. Parteggiano per gli assassini dei propri concittadini, per gli stupratori delle proprie donne, per quei conduttori del terrorismo aereo - la chiamano aviazione alleata, immaginarsi se fosse stata nemica - che Piero Buscaroli nel suo splendido libro Dalla parte dei vinti (da leggere, imparare a memoria e diffondere!) definisci “banditi volanti”. Non c’è nessuna consolazione a pensare che i tedeschi sono malmessi come noi. Qui, traditori di sempre, geneticamente vili e fenotipicammente servili, hanno parteggiato e parteggiano per i sicari di Tito, negando la verità sulle foibe, il rispetto per le vittime, il dolore per i sopravvissuti. Là festeggiano chi ha riempito i cimiteri colpendo dall’alto con la tecnica brutale delle bombe incendiarie, ed impediscono un doveroso e consapevole omaggio alle vittime del terrore indiscriminato. Per altro, questi, sono gli stessi che a Dresda assolvono gli americani, poi durante la guerra del Vietnam, o ora per l’Afganistan o per l’Iraq, prendono le parti dei resistenti, dimostrando idiozia e malafede: idiozia perché gli americani sono sempre gli stessi, malafede perché strumentalizzano l’uguale violenza a seconda se gli obiettivi fanno parte delle loro ideologia o si oppongono ad essa.Per fortuna che, di fronte allo strisciamento politico e alla disonestà antifascista, sta nascendo una nuova generazione, erede di quelli che non si sono arresi, e con fermezza, determinazione, cultura e sprezzo del pericolo, affrontano senza tentennamenti e con coraggioso rigore certi argomenti.
Nel convegno di Gorizia, un giovane ricercatore ed editore di Lubiana, Matej Leskovar, ha affrontato la questione in esame con uno stile ed una precisione da meritarsi più volte l’applauso a scena aperta. Durante il suo intervento su Il regime del terrore in Slovenia e nel Litorale. Persecuzioni religiose e privazione della libertà negli anni del dopoguerra. Il silenzio sul dramma e la fine di migliaia di uomini e donne ha detto pressoché testualmente: «È falso sostenere che Tito sia stato più buono di Stalin, basti pensare che uno dei suoi complici era Kardelj, un nome demoniaco. Fino al 1980 non si poteva insegnare se eri un credente cattolico, e dopo che molti sacerdoti vennero assassinati nei modi peggiori, Tito cooptò certi preti dalla sua parte, e questi divennero conniventi della polizia politica. Non c’è mai stato alcun diritto in Yugoslavia, perché non esiste un diritto comunista: il comunismo è in sé la negazione di ogni diritto; il comunismo è un’idea che per vivere deve uccidere. Per noi cristiani e anticomunisti, e anche per i Serbi, i resistenti sono stati i cetnici del colonnello DraÏa Mihailoviç, unico liberatore della Yugoslavia, mai i partigiani comunisti. Per noi i partigiani sono stati un gruppo paramilitare di un’organizzazione terroristica internazionale denominata Komintern. I capi erano addestrati a Mosca, e hanno fatto pratica di macelleria durante la guerra di Spagna, poi hanno applicato qui i loro metodi. Bisogna combattere per la verità. Già nel 1944 è stato scritto un “libro nero” sui crimini comunisti contro il popolo sloveno, quegli stessi comunisti che erano collusi con quelli italiani per la pulizia totale degli avversari politici. La pacificazione non può che passare attraverso la verità».
Ecco che, mentre uno studioso serio e documentato affronta con rigore scientifico gli avvenimenti pagati sulla pelle della sua famiglia e dei suoi concittadini, libero da mistificazioni linguistiche e contorsionismi retorici, da noi ci sono rappresentanti istituzionali che continuano nei loro balletti - per l’argomento in questione sono più correttamente definibili come danze macabre - di distanziamento ideologico e di distinguo politico: le colpe del fascismo, la parte sbagliata, la reazione scontata, la memoria condivisa, il peso del passato e via via strisciando.
Come ha voluto puntualizzare il prof. Gianluigi Cecchini, docente di Diritto Internazionale all’Università di Trieste, per censurare una certa interpretazione storica, il ’900 non è stato un secolo sanguinario da dimenticare, ma un’epoca caratterizzata da grandi passioni e da grandi conflitti, non giudicabili nei termini della corrente quantificazione cronachistica. In fondo, se è vero che innumerevoli sono stati i morti da conteggiare, quanti sono gli spiriti, le anime e le coscienze distrutte nel nostro tempo che non saranno mai calcolate.
Basta, perciò, quando si parla di resistenza e di foibe, continuare con i sensi di inferiorità e con la piaggeria dei perdenti. Invochiamo, invece, il giudizio e la profezia di Piero Buscaroli: «O malsana repubblica, se non ti decidi a gettare nella pattumiera questo mito falso e infame che per sessantacinque anni ha pervertito la coscienza morale e giuridica, la tua sorte è segnata. Non che mi dispiaccia…».
Adriano Segatori
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