Ma Verdi non era un genio

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Giuseppe Verdi

La musica è finita

Ad ogni mia tirata contro Giuseppe, mi sento spesso replicare da amici musicofili che «non puoi giudicare un compositore con criteri politici». L’obiezione è il riflesso condizionato dovuto all’incancrenirsi e incattivirsi del mito e della menzogna, del colossale ed epocale abbaglio, dall’Ottocento a oggi. Si sa: una menzogna ribadita e ribattuta innumerevoli volte diventa infine verità. E tanto trombette e tamburini han ripetuto la solfa, sfondandoci le orecchie coi va’ pensiero e le traviate e le battaglie di Legnano e i doncarli, che l’Italia musicale pare non esser che iniziata e compendiata da Verdi.
Va detto allora con chiarezza: Verdi non è ciò che ci spacciano. Non un genio, non il padre della musica italiana. Nemmeno, e men che meno, l’erede della superba e sontuosa Italia musicale settecentesca. Della musica e di questa sua tradizione Verdi è anzi l’affondatore. Piero Buscaroli sintetizza questa verità così: «la monomania del melodramma verdiano aveva piombato l’arte italiana, devastando e seccando, fino alle ultime radici, quella che era stata per secoli la sua tradizione vocale aulica e la sua ricchezza polifonica e strumentale» (in Wagner e l’Italia. Memorie, documenti, immagini, Press Club editore). Io aggiungo che tale tradizione fu resuscitata e innalzata da Giacomo Puccini, bistrattatissimo ma autentico genio, gabellato con frode per successore di Verdi. Basta leggere i documenti a disposizione di tutti, e finalmente ascoltare come si deve la sua musica, per rendersi conto che del cosiddetto Cigno di Bussetto Puccini se ne fregava.
Felix Mendelssohn e più ancora Hector Berlioz, nei loro rispettivi viaggi in Italia nel 1830 e nel 1831, ebbero a tracciare l’elettrocardiogramma dello stato dell’arte musicale: piatto. Registravano la fine di un’epoca, già consumata da circa cinquant’anni.
Ad un certo punto si strinse un ineffabile patto tra le Muse e Clio: l’Italia più non doveva essere la patria musicale d’Europa qual era stata, e il testimone traslocare altrove, in Germania ed Austria sopra tutte le altre nazioni. Destini e misteri, non d’altro si può parlare: bisogna solo prenderne atto.
Ma quel Paese che s’andava facendo -sappiamo oggi finalmente come e perché e come ne sia uscito e proseguito- aveva però pur bisogno d’un menestrello. La propaganda attraverso l’arte non è invenzione del Novecento. Il mito laico ed antispirituale s’andava espandendo, e forse non ha precedenti per innervazione sin nei più reconditi gangli e sgabuzzini sociali. E allora Verdi. E allora l’Italia peggiore si bevette di tutto, credendo che anche la produzione meno politica del bussetano fosse da salvare. Se sussiste poi ancora qualche dubbio sul rapporto musica-politica in Verdi e sulla macchina che produsse e produce riflessi pavloviani, ci si legga i lavori di Giuseppe Rausa, meritorio e coraggioso storico della musica, dove la faccenda è sistemata per bene.
Mi chiedo poi come sia possibile anche solo “pensare” a Verdi, sapendo che nell’Europa di quel tempo si ergevano giganti quali Beethoven, Wagner, Brahms, Bruckner, Richard Strauss. E sapendo che l’Italia “pre-verdiana” aveva ospitato le aguzze punte di Domenico e Alessandro Scarlatti, Cimarosa e Pergolesi, e Vivaldi e Monteverdi, e tanti altri, e che, estinto Verdi, vedrà sorgere il Gran Lucchese. Ma forse ci meritiamo quella musica fracassona e vuota di idee e concetti, quei libretti retorici, non meno che arroganti e impoetici, infelici come siamo nell’angusta retorica che forgia storie ed estetiche di comodo. Beato invece quel popolo che avendo già eroi altri non ne va cercando, né meno ancora fabbricando, e accetta serafico la propria sorte.
Questa vicenda, italiana ed europea, va compresa sino in fondo, al fine di poter edificare una storia della musica non ideologica né storicistica, ma che allontani il punto di osservazione sino ad ammirare un panorama del tutto più corrusco e verace. Tenteremo di farlo nelle prossime rubriche.
Luca Bistolfi



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