«Arrestate Di Girolamo. Può scappare»
C’è il rischio che il senatore espatri. Si indaga sulle coperture istituzionali
Più si va avanti con l’“affaire riciclaggio”, più la vicenda assume toni inquietanti, soprattutto per ciò che concerne il senatore Nicola Di Girolamo e il ruolo da questi rivestito all’interno di quella che si è rivelata una mera organizzazione criminale. Al punto che la richiesta di arresto del parlamentare, inviata dal Gip Aldo Morgigni al Presidente del Senato, risulta più che opportuna, poiché «sussiste il rischio concreto che, fruendo dell’immunità propria di tale carica, egli possa fuggire all’estero, dove dispone di un patrimonio illecitamente accumulato di notevolissima entità», come scritto dal Gip. Già, «perché «dall’estero l’indagato può ulteriormente portare avanti gli interessi dell’associazione criminale», ha proseguito Morgigni. Quindi, «appare necessario adottare nei confronti del Di Girolamo una misura restrittiva adeguata, potendosi escludere, per i fatti a lui ascritti, vista la loro gravità e l’epoca anche recentissima di commistione, la concedibilità di qualsivoglia beneficio di legge».
Insomma, il personaggio va “disinnescato” immediatamente, anche perché dispone di agganci istituzionali di rilievo. Prova ne sia il fatto che la Procura di Roma ha aperto un nuovo filone di indagine riguardante le coperture politico-istituzionali garantite a Di Girolamo, che si attivarono per la mancata espulsione dal Parlamento del senatore e il rinvio alla Giunta, da parte di Palazzo Madama, della pratica riguardante l’annullamento della sua nomina a senatore, dopo la richiesta di arresti domiciliari del giugno 2008. Megli ambienti giudiziari di Piazzale Clodio si vuole accertare, in particolare, se soggetti vicini a una componente di Alleanza nazionale abbiano garantito a Di Girolamo una totale protezione, continuando a farlo anche oggi.
Intanto, si è avvalso della facoltà di non rispodere l’imprenditore romano Gennaro Mokbel, arrestato nell’ambito dell’operazione “Phunchards-Broker”, mentre Silvio Scaglia, ex Ad di Fastweb, rientrerà stamattina in Italia per parlare con i giudici.
E ora i furbetti del quartierone
L’operazione “Phunchards-brokers” svela dinamiche che riportano agli anni grigi delle privatizzazioni selvagge
Si può buttare il tutto sui massimi sistemi. E dire, allora, che la colpa è del turbocapitalismo che genera, in maniera quasi spontanea, situazioni e tentazioni criminogene. Oppure si può scendere nel dettaglio e dare nomi e cognomi ai responsabili delle maxi-frodi che stanno letteralmente devastando quel che resta del capitalismo italiano. Come sta tentando di fare il pool della Dda di Roma (composto dai sostituti Giovanni Bomabardieri, Giovanni Di Leo e Francesca Passaniti) che mercoledì scorso hanno iniziato a tirare le redini all’operazione “Phunchards-brokers”, culminata con 56 ordinanze di custodia cautelare, di cui 52 in carcere e 4 a domicilio.
Tranne che per le dimensioni, per le quali Aldo Morgigni (il gip che ha autorizzato la retata) l’ha definita la più grande frode di sempre, la maxi-truffa messa in piedi, secondo l’accusa, da Silvio Scaglia, l’ex amministratore delegato di Fastweb, e Stefano Mazzitelli, il suo omologo in Telecom Italia Sparkle, ripete lo schema di tutti gli scandali finanziari verificatisi nel nostro Paese negli ultimi 10 anni. Cambiano solo le dimensioni: ben 380 milioni di euro frodati all’Iva attraverso acquisti fittizi di servizi da società che, sotto le lenti della Guardia di finanza e del Ros, si sono rivelate “scatole cinesi”, per ingurgitare i soldi dello Stato (quelli, appunto, derivanti dai rimborsi dell’Iva) e dirottarli verso i consueti paradisi off-shore.
Una truffa così, naturalmente, non poteva sortire solo dall’intuizione di un ex enfant prodige della finanza italiana come Silvio Scaglia, il papà di Fastweb, detto “il mago” per la sua capacità quasi proverbiale di far quattrini, che l’aveva fatto entrare nel gotha dei 1.000 uomini più ricchi del mondo. Né dall’amministratore infedele di una società controllata della Telecom. Per fare queste cose ci vogliono i faccendieri. Come, per esempio, Carlo Focatelli, creatore e gestore, sempre secondo le accuse, delle scatole cinesi con cui sarebbero stati sottratti i rimborsi fiscali, e Gennaro Mokbel, nei cui confronti il termine faccendiere è un diminutivo. Imprenditore romano con un passato quantomeno burrascoso (era legato ai Nar e alla Banda della Magliana, in particolare ad Antonio D’Inzillo, un killer al servizio di entrambe le organizzazioni di cui avrebbe coperto la latitanza all’estero), Mokbel sarebbe, con un piede negli affari e un altro in politica, la chiave di volta dei rapporti di questo sodalizio criminoso con altri due “ingredienti” essenziali per la riuscita di operazioni di tal fatta: la mafia e la politica. E queste ultime due si riassumono, al momento, in un solo nome: quello di Nicola Di Girolamo, un senatore del Pdl eletto all’estero nelle liste del Pdl nei collegi dell’Europa centrale. Uno, in particolare: quello di Stoccarda, dove a dargli una mano sarebbero stati esponenti degli Arena. Per capirci: una delle tre ‘ndrine che controllano la provincia di Crotone.
Insomma, c’è tutto e persino qualche zero di troppo nelle cifre. Con un danno incalcolabile per tutta la collettività. E non solo per la frode fiscale, alla quale si aggiungono varie imputazioni, tra cui l’associazione a delinquere con l’aggravante (per ora solo questa) della mafiosità. Ma perché Telecom Italia (che come holding ha comunque la responsabilità sulle azioni di Telecom Italia Sparkle) è la società che avrebbe dovuto cablare in fibra ottica tutta l’Italia e che per questo aveva ricevuto forti incentivi pubblici sin dal 2000. E perché Fastweb è la società, nata nello stesso anno, che ha approfittato delle lacune di Telecom per lanciare le proprie reti di fibra ottica. Il danno è per tutto il Paese che si trova in una situazione di ritardo nell’informatizzazione, forse anche grazie a queste pratiche.
Che tali pratiche durassero da tempo lo si capisce dal fatto che l’indagine iniziò nel lontano 2007. E che i soggetti coinvolti nell’inchiesta non fossero stinchi di santo lo si era già intuito nell’estate del 2008, quando le irregolarità dell’elezione di Di Girolamo erano già balzate agli occhi della Procura di Roma, la cui richiesta fu bloccata dalla Giunta delle autorizzazioni a procedere del Senato. La storia di tutti i protagonisti, che ora fanno finta di non conoscersi, magari per smontare l’ipotesi del vincolo associativo, rimanda indietro nel tempo. Precisamente a quella fase grigia dell’economia nazionale da cui sorsero le privatizzazioni. Probabilmente “Punchards-brokers” è solo la punta d’iceberg di un sistema che aspetta di essere scoperto.
Saverio Paletta
saverio.paletta@email.it
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