Scrittura al tempo di Internet

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Macchina da scrivere

Per Michael Kinsley, il fatto che si preferisca reperire le notizie in Rete «non ha a che vedere con la tecnologia»

Lungo o corto? Il giornalismo davanti a un dilemma “quantitativo”

La questione è anche di misura. Il passaggio al digitale, il progressivo trasferimento dal cartaceo all’informatico e al telematico, il combinato disposto “pc+web”, portano con sé, tra mille evoluzioni e rivoluzioni, un dilemma quantitativo. Meglio scrivere poco, meno, il minimo possibile, come chiede l’utente della rete, il frettoloso lettore navigatore, in cerca di mille fonti e spunti in un batter d’occhi? Oppure, proprio perché finalmente liberati dalla schiavitù della pagina, del conteggio battute “spazi inclusi”, dilagare in esposizioni approfondite, rifuggendo dalla superficialità apodittica che già connota stampa quotidiana?
Il dubbio amletico non si risolve, poiché al produttore di contenuti tecnologicamente avanzati si danno suggerimenti opposti. C’è chi propone il libro, o almeno la trama, la ricetta culinaria o addirittura l’enciclopedia (“Sveltopedia”) nei 140 caratteri codificati da Twitter. Ottimo esercizio di sintesi, qualità sempre apprezzabile, pessima idea se si pretende di ridurre in pillole il sapere, che dovrebbe passare per ben altri strumenti testuali.
Michael Kinsley, poi, avverte apodittico: «Una delle ragioni per cui chi è alla ricerca di notizie sta abbandonando la carta stampata in favore di Internet non ha nulla a che vedere con la tecnologia. Il fatto è che gli articoli di giornale sono troppo lunghi. Sulla rete, i pezzi vanno dritti al punto». Beninteso, il giornalista e commentatore politico USA queste cose le dice anche sui giornali e difatti precisa: «Non bisogna incolpare i giornalisti: queste convenzioni fanno parte della tradizione, sono perfino obbligatorie».
Ma come si dovrebbe fare per “tagliare”? Cosa va sacrificato? Il fondo del New York Times sulla riforma della sanità, per esempio, usa perifrasi del tipo «il Presidente Obama ha ottenuto una vittoria sofferta», anziché il più diretto «la Camera ha approvato la riforma sanitaria». E poi non ha senso dire «una rivoluzionaria riforma del sistema sanitario nazionale», poiché il lettore sa «che era in discussione una riforma del sistema sanitario».
L’impressione è che, così accorciando, si possa fare di meglio: «Sanità ok». Otto caratteri appena. Tanto il lettore sa che la legge era al voto e attende solo l’esito. Anzi, lo conosce già dai tg, dalla radio e dalla rete. Tanto vale allora saltare del tutto la notizia: i giornali, a questo punto, dovrebbero dare solo quelle inedite, che però in genere sono le più insignificanti.
La nostra impressione a dire il vero è contraria, cioè che i giornali sono incomprensibili, dunque inutili e sempre più ignorati perché non articolano né contestualizzano a dovere le notizie, dando ogni volta per scontate le “puntate precedenti” e abbandonando filoni di inchieste tenuti per giorni o settimane in prima pagina così, senza una spiegazione. Proprio per questo, dalla rete e per la rete, il fotografo Rob Hornstra e lo scrittore Arnold van Bruggen hanno lanciato l’idea dello slow journalism. Per i Giochi olimpici invernali che si svolgeranno a Sochi nel 2014, vogliono raccontare con fotografie e video come cambierà questo territorio sul Mar Nero, con reportage e testimonianze raccolti con voluta lentezza. Nessun taglio, ritmo lento, spazio ai sentimenti. Il tutto, finanziato dagli appassionati tramite il sito web dell’iniziativa: fino al 27 marzo la galleria fotografica Mandeep Photography di Roma ospita una mostra di presentazione del progetto.
L’idea ricorda quella della Fondazione Archivio diaristico che ogni anno organizza il Premio Pieve e ambisce alla catalogazione di tutti i diari italiani, privati e minimi. Oppure al progetto “Memoro - La banca della memoria”, un’iniziativa internazionale che in Italia ha preso il via grazie a un gruppo di giovani torinesi che, coprendo una distanza complessiva di 8 mila km, hanno raccolto, classificato e diffuso via web i ricordi delle persone nate prima del 1940, raccontati con la loro stessa voce e volto. Sul sito www.bancadellamemoria.it, ciascuno può contribuire con un video realizzato in qualunque formato e modalità. Si dice che quando muore un vecchio scompare un’enciclopedia, questo è un modo di preservarla molto internettiano. E poco fast.
Battista Falconi



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