Cime tempestose
La morte di Nodar Kumaritashvili, le cadute e le bizze meteorologiche stanno affossando i “Giochi” di Vancouver
A Vancouver sta succedendo un pò di tutto ma lo slogan, come spesso accade in manifestazioni di così grande portata è sempre “The show must go on”. Alla fine la regola tanto contestata è stata fatta valere anche per queste attesissime Olimpiadi, e lo show deve continuare qualsiasi cosa accada.
Le abbiamo aspettate così tanto, queste Olimpiadi, e proprio mentre stava per cominciare la festa, su questa ventunesima edizione si è abbattuto un fulmine a ciel sereno, con l’agghiacciante notizia della carambola mortale che ha coinvolto lo slittinista georgiano Nodar Kumaritashvili, la cui discesa e la cui giovane vita, hanno trovato violentemente la parola “fine” contro un palo di sostegno della struttura dello Whistler Sliding Center. Quei pali assurdi, piazzati così vicino alla pista di slittino hanno marchiato a lutto, ancor prima dell’apertura ufficiale, questi Giochi e a poco è valso che gli organizzatori e la FIL abbiano catalogato l’accaduto sotto la voce “errore umano”, perché viene da pensare che soprattutto in uno sport così veloce la sicurezza dovrebbe essere garantita.
Prima, il rovinoso volo della discesista americana Stacey Cook a gonfiare le reti di protezione durante le prove della libera. Poi, il vigoroso impatto tra il ghiaccio ed il capo della snowboarder giapponese Yuka Fujimori nel corso di un allenamento. Insomma, questa Olimpiade non sembra nata sotto una buona stella. Il lutto per la scomparsa dell’atleta ventunenne, comunque, non ha fermato la cerimonia d’inaugurazione dei Giochi che si è svolta come da protocollo, senza sostanziali modifiche al programma, con tanto di fuochi d’artificio finali e almeno questo è sembrato francamente fuori luogo. La sola Georgia è stata autorizzata dal Cio a sfilare con la bandiera a mezz’asta e listata a lutto, dopo che lo Stato caucasico, per bocca del Ministro dello sport e della cultura Rurua, aveva comunicato la decisione di non ritirarsi dai Giochi. Gli atleti delle 82 nazioni presenti ai Giochi sono entrati con le bandiere a mezz’asta.
La delegazione giamaicana, nel ricordo della mitica squadra di bob a quattro, ha ricevuto dai 60mila spettatori presenti, un’autentica ovazione. Non sarà una potenza sportiva, certo, o almeno non lo è negli sport invernali, ma quanto a simpatia non ha nulla da invidiare a nessun’altra. L’Etiopia con i suoi 3 soli atleti e il Senegal con 4 rappresentanti hanno dato l’idea di quanto globale sia questa manifestazione. C’era anche San Marino con il suo portabandiera, unico atleta del piccolo stato presente sulle nevi di Vancouver.
A portare il tricolore è stato Giorgio Di Centa, fondista azzurro protagonista a Torino quattro anni fa mentre il momento più emozionante è stato l’ingresso nel B.C.Place della squadra georgiana. Con gli occhi lucidi e una sciarpa nera al collo gli atleti hanno sfilato silenziosi con la morte nel cuore, con il ricordo di un amico che doveva essere lì con loro, ma che il destino ha portato via con sé. Mentre tutti ancora cercano di voltare pagina, a macchiare indirettamente l’Olimpiade è l’onta della violenza, con gli scontri per le strade di Vancouver con protagonisti i black bloc, che hanno divelto vetrine e cercato di aggredire passanti. Episodi che non vorremmo vedere mai, tanto meno a margine di un evento sportivo come quello di un’Olimpiade che dovrebbe risvegliare tutt’altro tipo di partecipazione e coinvolgimento. A creare disagi a questi Giochi Olimpici invernali, poi, ci si è messo anche il meteo che, tra pioggia e nebbia, ha sconvolto il programma delle prove nello sci alpino e costretto gli organizzatori a rinviare le prime discese verso le medaglie. Di tutto e di più insomma; drammi e travagli che hanno contagiato e limitato il countdown verso la gioia che solo un avvenimento come l’Olimpiade sa regalare al globo intero. Episodi davvero pesanti che resteranno scolpiti nella memoria di chi li sta vivendo e che sarebbe ingiusto, oggi, cercare di insabbiare o di mettere in un angolo per il “bene” della kermesse ma che, anzi, sarebbe doveroso tenere impressi nella mente, per evitare magari che tragedie simili capitino nuovamente o siano dimenticate.
Francesca Galafassi
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