Prigioniero della propria epoca

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Luigi Cherubini

Luigi Cherubini, un musicista avvolto nel mistero

A quasi centosettanta anni dalla morte, Luigi Cherubini e la sua opera musicale continuano a guardarci con occhi da sfinge, come ben colse Ingres nel celebre ritratto che fece del compositore fiorentino nel 1841. Sì, perché questo musicista, nato nel 1760 e morto a Parigi nel 1842, dopo aver trascorso la maggior parte della vita proprio nella Ville lumière, continua a restare, in un certo qual modo, un mistero per noi posteri. A cominciare dal fatto che Cherubini fu un artista e un uomo per tutte le stagioni: dopo aver studiato a Firenze, a Bologna e a Milano, nel 1785 si trasferì a Londra e, due anni dopo, a Parigi, dove attraversò indenne gli ultimi fasti dell’Ancien Régime, poi la carneficina della Rivoluzione, il terrore del Direttorio, la breve era napoleonica, il ritorno dei Borboni e per concludere la vita sotto il regno di Luigi Filippo, tornato a regnare dopo la rivoluzione del 1830.
Ben pochi compositori sono riusciti a non essere spazzati via dalle tempeste della storia, com’è invece riuscito a fare Cherubini, dedicandosi alla musica (oltre a coltivare la passione per la botanica) e divenendo, tra l’altro, dal 1821 fino a poche settimane prima della morte, il potente e inflessibile direttore del Conservatorio di Parigi, dove ebbe, tra gli altri, quale studente un indisciplinato e scapestrato Berlioz. Ma il mistero riguarda anche la sua musica, che oggi è possibile ascoltare quasi esclusivamente attraverso le opere sacre (di cui Riccardo Muti è un fedele e appassionato custode e interprete), la Sinfonia in re maggiore e l’opera lirica “Medea” della quale Maria Callas, nei ruggenti Anni Cinquanta del nostro Paese, fu interprete divina e insuperata. Oltre a ciò, il vuoto e il nulla. Eppure, ai tempi delle sue opere, Cherubini fu rispettato dai colleghi coevi e da quelli della generazione successiva: Beethoven, quando sentiva proferire il suo nome, si toglieva il cappello, in segno di rispetto e ammirazione, Weber e Mendelssohn lo presero come esempio, Brahms teneva un suo ritratto sulla scrivania e perfino Wagner (il che è tutto dire), ammirò e citò quale fulgida composizione la sua Messa in re maggiore.
Ma finita l’epopea romantica, il nome e buona parte delle opere di Cherubini, a poco a poco, sono finite nel dimenticatoio della storia musicale, dal quale, a volte, ritornano grazie alla caparbietà e all’intraprendenza di alcuni, come nel caso dei componenti del “Quartetto di Venezia”, che hanno registrato per l’etichetta discografica Decca l’integrale dei suoi quartetti per archi. La pubblicazione di questo cofanetto se da un lato non ci permette di fare luce sui motivi di questo mistero che resta così attuale, dall’altro, però, getta una nuova luce non solo sui sei quartetti per archi di Cherubini, anch’essi quasi del tutto ineseguiti ai giorni nostri, ma anche per fare un debito paragone con le altre opere coeve di questo genere cameristico, un debito confronto tra il paladino di un classicismo accademico quale fu il compositore fiorentino e i capolavori sbocciati dal genio multiforme di altri musicisti della sua epoca.
E allora si rischia di passare per spietati censori, se si ricorda soltanto il fatto che i primi due onesti quartetti per archi di Cherubini furono composti tra il 1814 e il 1829, quando nello stesso lasso di tempo, prima che la morte lo carpisse nel 1827, Beethoven stava già dando alla luce gemme assolute, quali gli ultimi cinque quartetti, ossia l’op. 127, 130, 131, 132 e il 133, quest’ultimo la celeberrima “Grande Fuga”, e che Schubert già nel 1817 aveva creato un capolavoro come il quartetto D810, passato alla storia con il titolo de “La morte e la fanciulla”? Ecco, forse se fissiamo questi paletti, ci rendiamo meglio conto del fatto che Cherubini è rimasto inevitabilmente prigioniero della propria epoca e che la tempesta storica nella quale si trovò ad agire non spezzò il filo classico che lega tutta la sua opera.
Ascoltando questi quartetti, eseguiti lodevolmente e con la debita passione dai componenti del Quartetto di Venezia (la loro interpretazione esalta maggiormente l’aspetto melodico, rispetto alla registrazione effettuata nella prima metà degli anni Settanta dal celebre Quartetto Melos, nella quale primeggiava un maggiore distacco formale), nei quali inevitabilmente affiora uno squilibrio a favore del primo violino, con gli altri tre strumenti che spesso e volentieri fungono da accompagnamento, ci rendiamo conto che Cherubini resta prima di tutto un notevole operista e un grande creatore di musica sacra e che il resto della sua produzione, se il tempo lo ha accantonato, è perché il compositore fiorentino fu costretto a fare i conti, malgré soi, con ben altri titani, il cui mistero risiede ora e per sempre nel loro genio assoluto.
Andrea Bedetti



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