Togliamo alla scienza la camicia di forza
L’ombra dei manicomi aleggia sulla proposta di creare strutture residenziali di assistenza per malati di mente
Due anniversari concomitanti: i trent’anni dalla scomparsa di Franco Basaglia, ispiratore della legge 180 che nel 1978 “abolì” i 76 manicomi italiani; il centenario della nascita di Mario Tobino, scrittore e psichiatra che dedicò gran parte della sua narrativa ai malati di mente, sostenendo la necessità degli ospedali psichiatrici. È una coincidenza che spinge a riflettere sull’universo ancora in gran parte irrisolto e sconosciuto delle malattie mentali.
Un mondo variegato, sfuggente, che non si può ricondurre a una posizione apodittica, né a beatificazioni come quella celebrata con la fiction su Basaglia «C’era una volta la città dei matti», andata in onda su Raiuno con buon successo di pubblico.
Ma qual è la situazione epidemiologica? Una persona su quattro, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel corso della vita soffre di disturbi mentali. Circa 450 milioni di persone, sommando psicosi come la schizofrenia, malattie congenite come l’epilessia, l’alzheimer e le demenze senili, in aumento esponenziale a causa dell’allungamento della vita, sintomatologie più incerte ma non per questo meno reali come insonnia, ansia, depressione.
I casi sono quasi un terzo di tutte le malattie. A livello mondiale, due terzi delle persone colpite non ricevono alcun aiuto e un quarto dei Paesi non possiede i tre farmaci più comuni per il trattamento di schizofrenia, depressione ed epilessia.
Una realtà eclatante ma che dimenticata se non nascosta, salvo eventi di cronaca. Casi di disagio o violenza, perpetrata o subita dai malati, talvolta emblematici come l’aggressione contro il presidente del Consiglio a Milano: un evento che solo la notorietà della vittima ha elevato a notizia di prima pagina. Ma si pensi anche all’analogo caso che ha coinvolto il Pontefice o al mancato kamikaze sul volo Amsterdam–Detroit, lo scorso Natale, che indicano come la psico-labilità sia preda o del desiderio di attenzione mediatica.
Fatti eccezionali, fortunatamente, che però inducono a riflettere su come la società di massa, spingendo gli individui in un anonimato frustrante e opponendo loro modelli di “popolarità” mediatica, possa catalizzare le patologie latenti.
Ma a quale “salute” può essere condotto il malato di mente? Ancora non lo sappiamo: si pensi all’elettroshock, considerato dai basagliani uno strumento di tortura e oggi in qualche modo “riabilitato”, soprattutto contro le depressioni gravi. Analogo il dibattito sulla farmacoterapia (fu proprio l’avvento degli psicofarmaci a facilitare la 180) di cui sono ignoti “il meccanismo di azione” e “le conseguenze a lungo termine”, come ha scritto Paolo Pancheri per il Congresso della Sopsi-Società italiana di psicopatologia.
«Chiedersi quali sono le domande senza ancora una risposta, è forse più utile che compiacersi di quanto già si sa o di quanto si pensa di sapere», avverte l’esperto: la «grande area di non conoscenza» sulla malattia mentale riguarda le neuroscienze, i modelli animali, la classificazione dei disturbi e la genetica. Infine, «non si comprende perché il miglioramento economico e la migliore organizzazione sociale» non diminuiscano i disturbi psichiatrici «ma, al contrario, appaiono correlati al loro aumento». Sulla legge Basaglia, poi, si è riaperto il dibattito dopo la promessa di Silvio Berlusconi in campagna elettorale di occuparsene e la proposta di revisione di Forza Italia e Lega, in discussione a Montecitorio. Che la cura dei malati di mente divida “destra e sinistra” non è confortante ma è inevitabile, poiché su questo tema le diverse posizioni ideologico-culturali hanno una forte incidenza.
La proposta di Maria B. Procaccini e Alessandro Cè prevede la creazione di almeno tre Strutture residenziali di assistenza (Sra) per regione dove accogliere i malati «pericolosi per sé e per gli altri». Il trattamento obbligatorio potrebbe essere richiesto da «chiunque ne abbia interesse», cioè familiari, operatori sociali, psichiatri o medici di famiglia, ma andrebbe convalidato da uno psichiatra per un massimo di 72 ore nelle situazioni di emergenza e di due mesi nel caso di trattamento ordinario, in questo caso con la convalida di una commissione. «Nessun ritorno ai manicomi, per carità, ma reparti protetti di cura», specificano i relatori. Il centrosinistra insorge e parla di «restaurazione rozza e ideologica», «gravissimo colpo di spugna». Per Luana Zanella dei Verdi è un ritorno alla «vecchia logica manicomiale». L’ex ministro Rosy Bindi avverte: «L’uso incostituzionale del trattamento sanitario obbligatorio va contro la libertà della persona». La richiesta di facilitare il ricovero coatto deriva però dal fatto che la chiusura dei manicomi ha riversato in troppi casi il peso dei malati sulle famiglie: in Italia, degli oltre settecentomila affetti da grave psicopatologia, molti sono “non collaborativi”. La proposta prevede inoltre incentivi per le famiglie, stabilendo che non possano essere obbligate alla convivenza con malati maggiorenni.
Per la 180 vale un po’ il discorso della 194, due norme nate con buone intenzioni, ma svincolate dall’applicazione concreta. Peppe dell’Acqua, collaboratore e successore di Basaglia a Trieste, ricorda diversi casi di persone malate tornate ad una vita dignitosa. «Oggi non si punta più solo al trattamento dei sintomi, ma a un reinserimento più efficace possibile» conferma Mirella Ruggeri dell’università di Verona. In fondo, però, questo conferma i limiti della riforma: nessuna guarigione è possibile senza un contesto idoneo, mentre la legge del 1978 partì «senza offrire vere alternative», come denuncia lo storico della medicina Gilberto Corbellini: «Alcune Regioni, soprattutto nel Nord del Paese, hanno applicato efficacemente i principi generali, altre li hanno disattesi».
Secondo la Società italiana di epidemiologia psichiatrica, il 62 per cento delle famiglie non incontra i medici più di cinque volte l’anno. E l’Italia dispone di pochi posti letto per casi acuti rispetto alla media europea: 17 mila, oltre a 211 Dipartimenti di salute mentale e 600 strutture semiresidenziali (dati ministero della Salute 2002).
Una situazione a macchia di leopardo in cui conta la fortuna. «La disomogeneità che caratterizza il nostro sistema sanitario è certamente confermata nel campo dell’assistenza psichiatrica», ammette Ignazio Marino, senatore pd e medico, chiedendo, che «venga modificata la legge 180». Speriamo sia l’inizio di un dibattito meno ideologico, volto a riformare normativa e strutture a vantaggio dei malati e dei loro familiari.
Lorenzo Stella
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