Musica: arma per farsi ascoltare

Categoria:
Arpa celtica

I “Contea, Modern European Folk” rivalutano la ballata quale espressione della tradizione europea

Tra la fine degli Anni ‘70 e l’inizio degli Anni ‘80, prima che il riflusso e l’edonismo reaganiano compissero i propri disastri, in Italia si sviluppò una forte attenzione nei confonti della musica folk, spacciata come esempio di musica “di sinistra” in quanto popolare. Con una palese appropriazione indebita, ma sostenuta dai media tutti rigorosamente allineati e coperti. Il folk in tv e alla radio, dalla rai alle private. Con interviste sempre uguali, nelle quali il cantante di turno (il Duo di Piadena era l’emblema del politicamente corretto) prima ribadiva la sua inossidabile fede politica, ostendando la tessera del Pci o dello Psiup, e poi si lanciava in considerazioni che valevano per le mondine o per i canti operai, per gli anarchici e per i galeotti.
Qualcosa, in quegli anni, si muoveva anche sul fronte opposto, ma nel silenzio collettivo e con la totale censura da parte dei giornali, delle tv, delle radio. Poi la sinistra si è infatuata del globale, la Fiom e la Fim hanno iniziato a regalare ai propri iscritti non cassette e cd con i canti del lavoro ma compilation da discoteca o musiche “ecosostenibili” di Paesi sempre più lontani.
Così chi si era dedicato alla musica popolare non per moda ma per passione, per scelta culturale e di vita, si è ritrovato il campo libero. E anche negli ultimi anni si è potuto assistere alla nascita di esperienze umanamente vere e professionalmente sempre migliori. Francesco Mancinelli, ad esempio, nel 1995 è stato tra i fondatori del gruppo musicale “Terre di Mezzo” che ha avuto come scopo la rivalutazione della ballata in quanto espressione della tradizione musicale europea. Terre di Mezzo, che si rifaceva evidentemente al’epopea tolkieniana, voleva preservare e rivitalizzare il patrimonio sonoro e l’immaginario storico mitologico collegato, proponendo canti, leggende, danze. Tre anni dopo la formazione del gruppo è cambiata, ed è mutato il nome, pur rifacendosi sempre a Tolkien: è nata la “Contea, Modern European Folk”. Sempre con Mancinelli affiancato da Marzio Venuti Mazzi, Daniel Bagnani, Marco Cignitti, Luca Verzulli, Simona Carucci.
Già gli strumenti utilizzati sono indicativi del tipo di musica: si spazia dall’organetto all’arpa celtica, dal flauto traverso alla zampogna, dal violino alle chitarre, dall’uillean pipe alla concertina. Contea resta fedele ai canoni della musica irlandese, scozzese, bretone, ma anche a quella dell’Italia centro meridionale. Senza tralasciare qualche omaggio ai cantautori italiani degli Anni 70. Così c’è spazio per le rivolte dell’Irlanda come per quelle del Tirolo, della Bretagna e del Regno delle due Sicilie. Rivolte contro la modernità in difesa delle radici e della tradizione.
Tradizione e libertà. Libertà di esprimersi, per Mancinelli e la Contea, significa anche esibirsi in luoghi ricchi di significato, come il Vittoriale di Gabriele D’Annunzio, tra bandiere dell’Istria e della Dalmazia. Ma significa anche riproporre brani di Fabrizio De André e di Francesco Guccini, senza dover chiedere il permesso a nessuno. Così le canzoni di Massimo Morsello si intrecciano con “Fiume Sand Creek”, “Generazione ’78” (dedicata ad Alberto Giacquinto, assassinato da un killer ovviamente impunito) si affianca a una canzone di Guccini, un canto dei cosacchi ad un brano di Gaber. Nel nome dell’intelligenza, della musica, della difesa di chi non ha altre armi per farsi ascoltare. Vinti della storia ma che nella storia sono rimasti mentre, spesso, i vincitori sparivano nel loro squallore e con la loro protervia.
Teresa Alquati



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