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Il mondo agricolo denuncia i buchi normativi e chiede maggiore trasparenza
Il 56% degli italiani l’anno scorso ha acquistato qualche prodotto biologico. Lo rileva un’indagine Coldiretti-Swg che evidenzia anche un incremento del 4% nel numero di chi sta prestando maggior attenzione al tipo di coltivazione e trattamento dei prodotti alimentari. Un segnale importante per un settore che in Italia vale 3 miliardi di euro con 45mila imprese agricole biologiche su oltre un milione di ettari. E la Coldiretti segnala che sono aumentate del 32% le aziende dove è possibile acquistare direttamente (sono più di 2mila) e del 22% gli agriturismi.
È evidente che al consumatore italiano non piacciono i prodotti Ogm, per lo meno sino a quando potrà permettersi di acquistare scegliendo la qualità e non solo il prezzo. Anche perché i rischi legati al prezzo continuano ad essere rilevanti. Perché – notano all’organizzazione agricola – a distanza di un anno dallo scandalo del latte cinese alla melamnina, altro latte cinese contaminato è stato rinvenuto sugli scaffali di un supermercato.
Una guerra continua, senza esclusione di colpi, tra chi controlla gli alimenti e chi spende notevoli risorse nelle ricerche per aggirare i controlli. A dimostrazione che il cibo resta comunque un affare e che la globalizzazione favorisce le esportazioni di prodotti tossici, irregolari o anche solo poco sicuri. Che si tratti di latte o di passata di pomodoro, di finta mozzarella (per quanto non manchino le frodi anche in Italia) o di frutta con livelli di pesticidi inaccettabili per l’Italia.
Così da un lato crescono le pressioni, da parte degli agricoltori e degli allevatori onesti, per l’obbligo di etichette chiare, esplicite, che indichino senza alcun dubbio la provenienza dei prodotti alimentari. Sul fronte opposto, però, aumentano le resistenze di tutti coloro che approfittano ampiamente dei buchi nella normativa, o della carenza di controlli, per rifilare ai consumatori italiani qualsiasi porcheria d’importazione, pagata pochissimo e rivenduta a prezzi leggermente inferiori rispetto ai prodotti regolari.
Così diventano italiani i pomodori che sono stati coltivati a migliaia di km di distanza, ma anche l’olio ottenuto con la spremitura di olive in arrivo da ogni dove. D’altronde erano stati gli stessi geniali imprenditori di Confindustria a protestare contro le norme più rigide volute dall’Italia per tutelare il nostro olio di qualità. Perché, secondo i grandi industriali italiani, la qualità non dipende dalle olive, ma dal luogo di imbottigliamento. Un’idiozia colossale, una menzogna assoluta, ma è con questi imprenditori che si deve convivere in questo Paese.
Imprenditori che, tra l’altro, non sono stati capaci neppure di dotarsi di catene di distribuzione di grandi dimensioni a livello europeo, se non mondiale. Così oltre il 70% della quota di mercato alimentare dell’intera Europa è nelle mani dei primi 5 distributori della Gdo. Dati forniti non solo dalla Coldiretti italiana, ma anche dai tedeschi della Dbv, l’associazione degli agricoltori della Germania.
Evidentemente il problema è sentito da tutto il mondo agricolo, perché una simile concentrazione ha determinato compensi inadeguati per contadini e allevatori a fronte di prezzi che non scendono per i consumatori finali.
Le associazioni degli agricoltori chiedono maggiore concorrenza e trasparenza, ma è evidente che dovranno provvedere autonomamente, vista l’incapacità e la rapacità degli imprenditori italiani della Grande distribuzione organizzata.
Teresa Alquati
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