Battiato: niente è come sembra

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Franco Battiato

Nel libro uscito dopo l’ultimo album, “Inneres Auge”, l’artista siciliano risponde alle domande di Daniele Bossari

Io chi sono? Più che un’intervista, Dialoghi sulla musica e sullo spirito

Chi è Franco Battiato? Se lo chiedono un po’ tutti. Mistico, guru, sufi, asceta, filosofo, si risponde di solito sui giornali e tra il suo vastissimo pubblico. L’interessato non ha mai dato risposte, anzi: se lo chiede persino lui. Io chi sono? Dialoghi sulla musica e sullo spirito (Mondadori, pp. 136, euro 15) è infatti il titolo di un recente libro-intervista del musicista siciliano (questo lo è senz’altro), che segue di poche settimane l’ultimo album, “Inneres Auge”, di cui si è già detto, per la firma di Raimondo Carvero, su queste pagine.
L’intervistatore è Daniele Bossari, dj radiofonico e autore televisivo, certo non noto, e si vede, per esplorazioni nel regno dello spirito.
Quando espressi in una telefonata a Battiato tutta la mia perplessità sull’improvvisato “giornalista spirituale”, il maestro catanese mi replicò: «Daniele sta facendo una ricerca pazzesca, l’unica che sia importante: quella su di sé». Preso atto della tutela, mi sono immerso nelle agili pagine di un volume che erutta citazioni, lunghissime e pedestri, cavate dalle più disparate fonti, che sono opera del sospetto Bossari, il quale si muove con la tipica grazia dell’adolescente entusiasta e la frenesia del neofita. Altro invece quel che emerge dall’interlocutore.
Le risposte di Battiato a domande talvolta prolisse ripetitive ed estremamente intellettuali, ossia con poca “verità di pratica”, sono brevi, addirittura talvolta laconiche, monosillabiche. Altre invece si aprono, e schiudono orizzonti.
Il ruolo di Battiato in questo libro è quello duplice che egli stesso vuole, e si è ritagliato su misura: qualcuno che ha voglia di sparire, ma che al contempo intende ancora vivere l’altrettanto duplice attrazione gravitazionale per il suo essere musicista latore di messaggi in bottiglia.
Me lo aveva già detto in un’intervista del dicembre 2006, poi stampata il gennaio dell’anno successivo con qualche necessario taglio, nella sua casa milanese: «Mi sento un tramite tra Cielo e Terra, come tutti i veri artisti dovrebbero d’altra parte essere».
Io chi sono? fa seguito e integrazione ad un altro libro-intervista, stampato nel 1992 dalla torinese Edt, questa volta lavorato con l’eccellente musicologo Franco Pulcini. Tecnica mista su tappeto, si titola, e spazia sui trecento e sessanta gradi della carriera musicale ed esperienza spirituale di Battiato.
Oggi è utile affrontare quest’ultimo scritto, ché l’artista (vero) siciliano è cresciuto, se possibile. Viaggiando, studiando, facendo la conoscenza di nuove frontiere della scienza e approfondendo la spiritualità ad esempio tibetana. «Più invecchio e meno ho certezze», mi confessò in un incontro privato, dimostrando l’unica umiltà che conti davvero, antidogma per eccellenza, coraggio e al contempo dramma del ricercatore.
E meno male, ché il positivismo, lungi dall’essere morto o moribondo ma replicato in mille e mille stili e forme e mimesi, tenta sempre di offrire sicurezze e punti di non ritorno, mentre un sano buon senso mette, ad ogni passo, in scacco l’indagatore spirituale, allorché presuma d’aver capito, di sapere. Lo stesso Battiato ripete col Buddha che «niente è come sembra», sentenza che dovrebb’essere sufficiente a raffrenare ogni pretesa di conoscere una volte per tutte e per sempre, e spingere invece - sublime paradosso - alla Conoscenza. Della quale Battiato, alla pagina 40 del nuovo libro, dice a chiare lettere: «La Conoscenza è di tutti, ma l’esoterismo a volte è giusto. Non ti nascondo che difficilmente parlo di Dio. È difficilissimo che lo faccia. Perché alcune cose dette in un luogo sbagliato, a persone sbagliate, hanno l’effetto contrario».
Scuola Gurdjieff (otto anni Battiato ne ha fatto parte, ad alti livelli) in piena regola: tacere, e parlare solo se le circostanze sono favorevoli, altrimenti si rischia, tra l’altro, di togliere l’unica possibilità di comprensione che potrebbe avere il nostro interlocutore.
Battiato è un uomo sincero. Lo si vede e sente anche dalla “ammaccature” che il suo fare pubblico, altrettanto di quello privato sebbene in diversa misura e grado, palesa; e che egli stesso ammette. Più volte infatti nel libro ricorrono perplessità, «non so», «forse», a mettere in guardia (attenzione, prego) le moltitudini, compresi certi giornalisti, che guardano al capolavoro d’artista che è, come ad un guida spirituale sicura e infallibile. Potrebbe andare ad Avignone e farsi antipapa e molti dei suoi fan (parola tanto orribile quanto la realtà che esprime) non esiterebbero a seguirlo, come scrisse molti anni fa un tizio, poi pentito. Ma è la perplessità che invero ha colto più volte lo scrivente, in quasi tre lustri di indagine “battiatologica”, e che mi si palesò in tutta la sua spietata verità, un mezzogiorno alla stazione di Milano, rientrando da un incontro col Nostro.
Vidi con radicale chiarezza, in un guizzo di improvvisa e inesorabile lucidità piombatami addosso con violenza, l’uomo con pregi e difetti, le sue necessità di artista, il ruolo tutt’intero e coerente, e soppesai rapporti pubblici e privati.
Uscivo, risputato alla realtà, dalla fase che trascinava i caratteri adolescenziali oltre i comuni e ovvi confini. Mi sentii sollevato, e diverso. Anch’io, avanti quell’istante dorato di grazia, sarei partito per la cittadina francese, annichilito nella mia essenza, esaltato invece nella personalità, distinzione gurdjieffiana semplice e veritiera. Da allora, non più. Avevo acquisito una parte anch’io di sincerità. La quale, beninteso, non va vista sotto l’aspetto del puerile “dire la verità”. In siffatti dominii, sincerità e verità danzano all’unisono all’ondeggiare d’una musica in crescendo. La prima è direttamente proporzionale alla verità di quanto si conosce di se stessi; e, credetemi, non è poi così molto per noi comuni mortali. Mentire è affare d’altri, non di chi persegue «virtute e conoscenza»; ma mentire, quando non sia sostituito dal beato silenzio, appunto, dei «non so», indica il poco scavo entro i confini dei propri anima e spirito: è l’accidente volitivo dell’ignorante, mosso dall’ego.
Ed è per questo che la domanda fondamentale è quella del titolo: chi sono, io? Ma l’io non è da confondere con quell’ego, ben altra cosa.
Ancora nella stessa intervista di tre anni fa, Battiato mi disse: «Il problema degli esseri è proprio l’ego… È il luogo dove si raccolgono tutti gli altri io», e poi raccontò un aneddoto edificante: «Il grande mistico indiano Nisargadatta disse ad un visitatore, che parlava sempre di io: “Ma di che cosa parli, che non sai nemmeno perché sei nato!”. Se non sai nemmeno perché sei nato, e non sei cosciente di questo, come fai a difendere uno che tu non conosci? In realtà il vero problema è che si difende un io che non esiste».
Avvertiti di questo, ora si può leggere.
Luca Bistolfi



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