Giorgione, quadri degni di note
Un artista tra musica e pittura
In un tempo nel quale il termine artista ebbe, più che altro, il valore semantico di “mestierante”, non c’è da stupirsi se chi si dedicò alle arti tra il XV e il XVI secolo ebbe una visione estremamente unitaria di esse. In nome di quell’Umanesimo che tutto contemplava e nel quale tutto defluiva, in un caleidoscopio di amore per l’arte, la musica, la letteratura e, più in generale, per il “bello”, non dobbiamo mostrarci sorpresi se, aspirando all’unitarietà dell’espressione e del piacere artistico, uomini colti, sensibili e curiosi di quel tempo coltivarono la necessità di manifestare a più livelli il loro processo creativo. Come nel caso di Giorgione, pseudonimo di Giorgio da Castelfranco, nato a Castelfranco Veneto nel 1478 e morto a Venezia nel 1510 (e del quale, quindi, quest’anno ricorre il quinto centenario della scomparsa) che, prima di consacrarsi definitivamente alla sua misterica ed esoterica arte pittorica, allietò i presenti, come ci ricorda il Vasari, nelle feste private che si svolgevano nelle ville lungo il Brenta, nel corso di veri e propri “tenzoni” artistici, con la maestria del suo canto e del suo suonare il liuto, del quale era un virtuoso.
Ed è proprio partendo dal tempo e nei luoghi di Giorgione, come recita il sottotitolo, che l’etichetta discografica italiana Stradivarius ha voluto pubblicare un bellissimo disco dedicato alla musica veneta tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, intitolato Cantar a la Venetiana, eseguito dagli ottimi componenti del gruppo dell’Accademia Musicale Italiana, diretti da Alberto Rasi, con la partecipazione delle ammirevoli voci di Ella De Mircovich, Paolo Borgonovo, Matteo Zenatti e Andrea Favari. Un disco dedicato a composizioni strumentali di Marco Dall’Aquila, Joan Ambrosio Dalza, Vincenzo Ruffo e Sylvestro Ganassi ma, soprattutto, alle “canzoni” di stampo popolare che furono composte in quel miracoloso periodo ristretto a pochi decenni, a cavallo dei due secoli, quando la pittura e la musica venete prodigiosamente diedero vita a capolavori meravigliosi.
La musica di quel tempo, nel passaggio tra Umanesimo e Rinascimento, che vide città quali Firenze e Roma e poi la stessa Venezia fulcri di un genere nobile, quello del madrigale, massima espressione dell’incontro dell’arte strumentale con la poesia, portò alla ribalta però anche altri generi nei quali l’accompagnamento musicale (il liuto, in primis) si univa a testi che poco o nulla avevano di poetico o letterario, ma che erano frutto di versi vernacolari e popolareggianti, retaggio di tradizioni e di motivi dialettali, come appunto quello veneto. Ecco, allora, il fiorire di frottole, di villanesche, villotte, tutte canzoni popolari in cui il tessuto colto, lo squarcio poetico, seppero amalgamarsi con l’ironia e la riflessione, a volte amara, dell’umano vivere, dibattuto tra amori infelici e cuori infranti, tra parodie sentimentali e visioni bucoliche, tra speranza e amarezza.
E il disco in questione che, esemplarmente, ci permette di viaggiare indietro nel tempo e di calarci in dimensioni spaziali e sociali ben diverse da quelle attuali, soprattutto per ciò che riguarda il rapporto tra il fare musica e il suo ascolto, così raro, così esclusivo a quell’epoca, anche quando si trattava di composizioni in ambito popolare, ci dà occasione di ascoltare queste opere brevi, così dense nel loro pulsare ritmico (come nel caso di “Tante volte, si, si, si” di Marchetto Cara, “Che sarà che non sarà” di compositore anonimo e dell’“anarchica” “Non me dir che non si pò” di Geronimo del Lauro), nella veste melanconica di “Tanto mi trovo, hay lasso, el cor piaghato” o nel delizioso scambio amoroso di “Amor, che fai sì altero?”, entrambi di fonte anonima. Quanta sottile psicologia si può trarre dall’ascolto e dalla debita riflessione di queste villanelle, intrise di questa capacità di esprimere ed esaltare i propri sentimenti, che siano di gioia o di dolore, di rammarico o di beffardo rancore. Così come non si può restare immuni dalla contemplazione timbrica dei brani strumentali (squisite le Gagliarde de “La Traditora” e “Su l’herba fresca”), e quelli per solo liuto, che quasi ci sembra di immaginarci lo stesso Giorgione eseguirle per noi, ascoltatori del Terzo Millennio.
Andrea Bedetti
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