Quel serio gioco del Carnevale
Comunemente considerata la celebrazione del disordine, il Carnevale è tale solo per chi non si cura di verificarne le origini né di considerare a fondo le sue celebrazioni. La “follia” per eccellenza, resa mondialmente nota dall’informazione, è quella di Rio de Janeiro, dove sembrerebbe che la gente non faccia altro che ubriacarsi, fornicare e scannarsi, sì che fra i resoconti giornalistici, sovente, accanto al nome della Scuola di Samba vincitrice della competizione, compare il numero dei morti, con relativa percentuale raffrontata ai lutti degli anni precedenti. Vedremo se questa impressione corrisponde o non alla realtà, ma intanto, volendoci occupare anzitutto delle radici della festa e del suo significato, facciamo un passo indietro. Così troviamo un nesso con la celebrazione romana dei Saturnalia del 17 dicembre, festa originariamente di due giorni, poi protrattasi per una settimana. La denominazione deriva da Saturno, divinità originaria, regnante al tempo della celebrata età dell’oro, prima ciè che gli dèi decidessero di starsene per conto loro nella beata realtà olimpica e lasciassero agli uomini la disgraziata condizione dell’esistenza terrena. A quel tempo, racconta il mito, l’uomo era liberato d’ogni fatica, soprattutto di quella fondamentale di procurarsi il cibo, operazione che toccò poi all’agricoltore, che, dopo aver arato e seminato, rimaneva nell’angosciante attesa che la terra gli concedesse i suoi doni. Ma quell’età dell’oro in un certo momento finì, e ai Romani lasciò una statua di Saturno con relativo tempio, tenuta però in una condizione singolare: aveva bende ai piedi che gli impedivano di muoversi. In senso simbolico, ovviamente, a sottolineare che non era più il tempo del dio, che se ne doveva stare musealmente in conserva nel tempio. Ma non sempre, perché ecco che con la festa, i lacci venivano sciolti e il dio dell’età dell’oro tornava in gioco, e con lui quell’età meravigliosa in cui la terra offriva spontaneamente i suoi frutti senza il bisogno della fatica umana. Un’età divina vera antitesi di quella umana: questa, regno della sofferenza ma anche della cultura; l’altra, caoticamente felice. Da ciò la cosiddetta inversione di ruoli, il travestitismo, e un comportamento generale finalizzato a sovvertire le normali regole della civiltà. Si dice che fosse tipico a Roma che in quei giorni festi e nefasti, fosse tradizione che i padroni servissero i servi, gli uomini le donne, e che i maschi indossassero vesti femminili, a evidenziare il capovolgimento dei ruoli totale e giocoso evocante il tempo di Saturno.
Da notare che il nome Saturno ha come accezione quella di “seme”, in quanto derivazione da satus, e come tale richiama ad una realtà tipicamente agricola, con il suo preciso ordine temporale. Il tempo dell’agricoltore è determinato, segue il necessario ritmo naturale, ed è fatto di azione e di inattività, fase questa che cade nel tempo invernale, quando il seme, temporaneamente sepolto, dovrà resuscitare in forma di pianta alimentare. È la fase in al contadino non resta che attendere, sperando che Ade voglia restituire alla madre Demeter, la giovane figlia Kore, presa temporaneamente come legittima sposa. Attesa penosa, perché dal ritorno di lei dipende la sopravvivenza della specie umana, la cui ansia può essere mitigata solo da un non operare propiziatorio, ossia riproponendo simbolicamente quell’età in cui per vivere non era necessario lavorare, perché Demeter e Kore se ne stavano assieme sulla terra offrendo spontaneamente frutti e messi in abbondanza, mentre Ade rimaneva rinchiuso nel sottosuolo, senza osare unirsi alla bella e vitale ragazza.
Conseguenza di questo mito, greco ma mutuato dai Romani fu la celebrazione del rituale carnevalesco, che, nel proporre il capovolgimento della realtà, doveva farlo con simmetrica precisione e in un lasso temporale scrupolosamente determinato. Perché, una volta superata la fase invernale, messo da parte il momentaneo ritorno nel beato quanto caotico regime dell’oro, occorreva tornare alla serietà dell’impegno umano. Saturno doveva rientrare nel suo tempio, preso dai suoi lacci, perché il mondo divenisse unico appannaggio di esseri umani, consapevoli che a loro non spettava sedersi all’inesauribile banchetto degli dèi.
Diversa è la condizione alla base del Carnevale attuale, visto che l’attività agricola non è predominante come un tempo e che, anche nel suo ambito, la tecnica riesce ad andare oltre gli obblighi imposti dal tempo atmosferico. In termini mitici, Kore adesso ha un rapporto più liberale con un meno geloso Ade, e quando ne ha voglia, lei fa le sue scappatelle sulla terra per incontrare l’affettuosa madre Demeter e chissà chi altro. In termini pratici l’attesa del contadino è meno lunga e meno ansiosa, ma non è tuttavia estinta l’ansia esistenziale dell’uomo, che pur nel consapevole padroneggiamento delle tecniche, non ha abbandonato il timore che l’ordine da lui creato possa improvvisamente, per cause magari inerenti a eccessi della stessa tecnica, venirgli a mancare. Sì che, mediante questa sorta di decostruzione onirica, quale omeopatico richiamo al disordine, male iniettato per mitridatizzare il sistema rendendolo immune dai germi velenosi del pre-culturale o dell’anti-culturale (pensiamo al dionisismo nella sua forma estrema), l’essere umano si libera della sua angoscia.
Allora torniamo dunque al solito discorso? Cioè il disordine per l’ordine? Solo parzialmente, perché il disordine non è tale se deve essere organizzato ritualmente. Conosciamo una forma totale di disordine rituale, qual è la possessione praticata in molti culti estatici: essa non è affatto libera, perché se non controllata porterebbe alla demenza. Il rito (rta, dal sanscrito, ordine appunto), quale perfetto sistema di norme operative, permette invece che questa sia salutifera per lo spirito e il corpo. Tale è il Carnevale, il cui ritualismo impone un disordine ben controllato, persino nella sede della propagandata follia collettiva qual è Rio de Janeiro.
L’analisi di questa passione carioca meriterebbe un discorso alquanto complesso, ma basti notare come la sfilata del sambodromo costituisca una sorta di finale di calcio, dopo un lungo ed estenuante campionato. Non è follia, non è estasi irrelata: à calcolo prudente in vista di una vittoria, in gran parte giocata sul tavolo del mercato di acquisti e cessioni, di sponsor e di investimeni. Ma quel che è più importante è che la sfilata sia sicura, che la pur pericolosa realtà di Rio, ceda, almeno in quei luoghi, ad un regime di attento controllo, perché in gioco ci sono passione nazionale, interesse turistico e tanto danaro che non può essere sprecato. “Ordine e progresso” sono le parle inscritte nella bandiera brasiliana, e suggeriscono lo spirito del Carnevale carioca in cui ci si preoccupa persino della salute dei cittadini con una generosa distribuzione di preservativi.
Luciano Arcella
- Login o registrati per inviare commenti


