L’altra farsa del potere
In un contesto sociale dove l’apparire conta ormai più dell’essere, si pretende di risolvere certi problemi strutturali con i decreti legge
La politica oscilla tra il ridicolo e i deliri di onnipotenza
Certe volte, a leggere le esternazioni dei politici, non si sa se ridere o piangere, se accettarle come costoso divertimento per la massa elettorale o riportarle in una cartella clinica di un reparto psichiatrico. Perché se da un lato questi possono anche risultare spassosi all’interno del circo parlamentare, dall’altro lo sono molto meno - anzi preoccupano - quando dal “detto” si passa al “fatto”, quando dalla battuta ilare si passa al serioso documento. La farsa non riesce mai a trasformarsi in tragedia, neanche quando Bertolaso - tecnico serio, preparato e decisionista - critica il patetico intervento americano ad Haiti. Occhio alla lesa maestà! Gli Stati Uniti sono perfetti, democratici e buoni: tanto che il maggiordomo della diplomazia, tale Frattini, si scusa subito con la Clinton scomunicando il professionista. I politici, si sa, sono onniscienti e, purtroppo per noi, anche onnipotenti.
Ma a parte le facezie haitiane, queste fredde giornate invernali sono state riscaldate da altre tre notizie succulente: una che riguarda il Ministro Brunetta, con la sua idea di prelevare i giovani diciottenni e scaraventarli fuori casa in nome della legge e con un provvedimento da T.E.F. (Trattamento di Espulsione Familiare); la seconda è la proposta dei Verdi svizzeri di istituire dei corsi sulla felicità, programmi scolastici per addestrare i giovani ad essere ottimisti e allegri (l’unico neo è dato dal fatto che questa opportunità didattica sia facoltativa, determinando così un’iniziale selezione: solo un cretino, infatti, non approfitterebbe gratis di un’opportunità per diventare gioioso; quindi che resti infelice e pure coglione!); la terza, infine, è il finanziamento da parte della Regione Friuli-Venezia Giulia di un milione di euro (alla faccia: due miliardi di vecchie e rimpiante lire!) per corsi pre-matrimoniali, al fine di “formazione e informazione sulla vita di coppia e familiare, sulla valorizzazione sociale della maternità e della paternità”.
Una quarta notizia potrebbe essere utile per chiarire i concetti che seguiranno, a confermare la saga delle stupidità sovraesposte. È quella del godimento della Ministra Gelmini sull’idea di mandare a lavorare i ragazzi a 15 anni facendo contare l’ultimo anno come scolastico.
Quale è la linea sottile, perversa e devastante che collega queste ideuzze fantasmagoriche? È la visione materialista e meccanicista della vita.
Innanzitutto, l’autonomia psichica e decisionale non può essere stabilita per legge. E sicuramente non in una società come la nostra che è minata da una infantilizzazione transgenerazionale. Esploriamo un po’ attorno e vediamo come sono ridotti gli adulti contemporanei, indaffarati a inseguire l’eterna giovinezza e in concorrenza adolescenziale per usi, costumi e velleità narcisistiche con i loro stessi figli. Del resto, volendo dare un’interpretazione sociopsicoanalitica, cos’è questo dilagante fenomeno della pedopornografia, virtuale o meno, se non il riconoscimento di una incapacità relazionale dei grandi tra pari e il loro rivolgersi al mondo dei minori, percepiti interiormente come più corrispondenti dal punto di vista psicoaffettivo? E gli anziani, trasformati da vecchi saggi trasmettitori di memoria a diversamente adulti o inversamente bambini, festanti consumatori di creme per le rughe, di viaggi del benessere e usufruitori di sesso estremo tra viagra e pastiglie per l’artrosi? Poi, l’idea della felicità come allenamento all’ottimismo. Gli antichi - per sapiente pragmatismo - distinguevano l’uomo tra felix e beatus. Il primo sempre alla ricerca di supporti esterni e di beni esteriori, o al massimo fortunato per essersi trovato dalla nascita in una posizione materiale di privilegio; il secondo, invece, caratterizzato da quella volontà attiva che lo porta alla consapevolezza di sé e a ricercare la serenità nell’intimo percorso interiore. Nell’ultima condizione si evidenzia come la felicità non possa essere acquisita con patetici corsi sull’autostima o sessioni collettive sulla razionale fiducia in se stessi. Essa deriva da un imprinting genitoriale e si sviluppa attraverso un personale e specifico lavoro su di sé, che è volontario nell’approccio ma lungo, inconscio e interminabile nella sua elaborazione. Il resto è solo illusoria propaganda derivante dai cascami del fenomeno della New Age; per altro pericolosa in quanto, se può dare una minima sensazione di benessere nell’entusiasmo iniziale, poi tracolla di fronte alle reali messe alla prova della vita. La velleità di preparare all’esperienza del matrimonio attraverso didascaliche sedute di gruppo o anche didattiche lezioni a coppie è l’ennesima bizzarria che conferma e rafforza quelle precedenti. Ma analizziamo come viene vissuto da decenni il “sistema coppia”. Il legame è diventato un contratto, quasi fosse prevista - come per gli attrezzi elettronici - una obsolescenza programmata; in questo procedimento è ovvio che il matrimonio venga vissuto come un progetto da verificare in corso d’opera, e non la condivisione di un destino. E quando manca questa prospettiva di trascendente eternità - che già di per sé non è mai esente da rischi di compromissione -, immaginiamo quali possano essere le prospettive se già si parte con l’esigenza di concordare delle clausole in caso di fallimento dell’esperimento. La genitorialità, poi, è ancora un capitolo a parte. Senza scomodare sacralità e simboli, basta osservare il depotenziamento della condivisione tra generi, dove il femminile è relegato alla sfera dell’esibizionismo seduttivo - alla faccia delle battaglie femministe e delle streghe sessantottine -, e il maschile si sfoga nel machismo più becero e patetico insieme. La genitorialità non può che prevedere una commistione delle due entità psichiche in un tentativo di perfezione; una tensione interiore che unisce due insufficienze - il padre e la madre - per una comune narrazione psichica al figlio. Se la madre è stata androginizzata dalla propaganda libertaria e il padre trasformato nel mammo di Risè dalla pubblicistica egualitaria, la narrazione di cui sopra sarà dissociata e ambivalente, senza meravigliarci dei disturbi dell’identità e di comportamento del bambino.
In questo panorama si situa perfettamente l’esilarante proposta della Gelmini, di una scuola che serve solo a preparare lavoratori più o meno specializzati e la cultura, quella performativa, una opzione casuale, spesso inutile e a volte fastidiosa, perché ritardante l’accesso all’idolatrato quanto illusorio «mondo del lavoro».
Questi quattro argomenti hanno una caratteristica comune che li rende fallimentari, quando non abominevoli. La presunzione - fondamento dell’idea di onnipotenza che affligge i politici moderni - che tutto possa essere attuabile con l’applicazione della norma e la prassi meccanica della stessa, cortocircuitando quei dispositivi invisibili che si chiamano psiche, spiritualità, coerenza, forma: in una parola non riassuntiva ma certamente chiara, esempio. La maturità, la felicità, il senso della famiglia, il sentimento genitoriale, passano attraverso l’esempio educativo: l’esempio, che è diametralmente opposto a ciò che viene proposto a livello governativo e dalla realtà circostante, e l’educazione, che è stata espulsa dalla famiglia e dalla scuola. Questo perché, come dicevano gli antichi saggi: ci sono cose che sono imparabili, ma non insegnabili. L’identità, la capacità di assumersi delle responsabilità, il senso di sé e la sicurezza nelle relazioni, l’equilibrio emotivo e il coraggio delle scelte, il sentimento di appartenenza e di condivisione, la stessa idea della vita e della morte sono fattori non riconducibili a rappresentazioni in diagrammi, schemi di pensiero o simulate di gruppo. Essi appartengono al mondo dell’esempio introiettato e della trasmissione affettiva. Rassegnatevi, quindi, illuminati della politica dei continui fallimenti, e riconoscete che in una società in cui si elogia l’indifferenzialismo, la promiscuità, il relativismo, lo sfaldamento libertario e le pulsioni materialiste, certi problemi strutturali non possono essere risolti da decreti legge e da investimenti burocratici. Non tutti gli uomini sono comperabili, come non tutte le parti dello stesso uomo sono addomesticabili, e la tecnica più sofisticata non potrà mai sostituire l’innato istinto alla trascendenza: la sfida è di ordine metafisico, non amministrativo.
Adriano Segatori
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