Metropolitana: troppe fermate

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Metro, cartina

Il terzo braccio del trasporto sotterraneo è ostacolato da burocrazia e ostruzionismo

Odissea per la linea “C” di Roma

Forse non tutti lo sanno: in Europa c’è una città trattata finora un po’ come una cenerentola, ma che nell’anno in corso si prevede spiccherà il grande salto verso l’empireo delle grandi capitali mondiali trasformandosi da crisalide in farfalla. Proprio di recente si è ridato lustro all’antica tradizione, poi abbandonata, delle variopinte sfilate di sontuosi carri allegorici e lunghi cortei mascherati che per secoli hanno reso celebri nel mondo i suoi carnevali. Roba da far impallidire Venezia, Viareggio o Rio. È imminente l’inaugurazione di due mega musei d’arte moderna costati fior di miliardi, il Macro (Museo d’Arte Contemporanea di Roma) e il Maxxi (Museo d’Arte del XXI secolo): quasi meglio della Ville Lumiére. È in via di costruzione il più grande scalo turistico del continente: niente da invidiare a Portorico. È in dirittura d’arrivo il raddoppio dell’aeroporto intercontinentale, tanto da ventilare il sorpasso del mitico JFK. Praticamente aggiudicata l’inedita location di un Gran Premio di Formula Uno, la prestigiosa gara automobilistica da disputarsi tra le vie e le piazze cittadine, come a Montecarlo. Si progetta l’apertura di un mega parco tematico a contenuto storico tipo Villette, mentre l’archistar di levatura internazionale, Fuksas, firmerà un capolavoro degno di competere tra le sette meraviglie del mondo moderno: le famose “Nuvole”. Si tratta di mirabili strutture dalla forma eterea, vaporizzante, proprio come soffici, sinuosi cumulonembi pronti a scaricare al suolo torrenziali piogge di purissimo cristallo tra architetture futuristiche e corrusche geometrie limpide e avvolgenti. Manhattan o la Defense, scegliete un po’ voi il confronto più appropriato. Nel quadrante orientale della megalopoli un’avveniristica stazione FS servirà da fantasmagorico terminal per i futuristici convogli che percorreranno le linee ad alta velocità, i mitici “Frecciarossa”, in grado di raggiungere in tempo reale i più importanti centri urbani dello Stato, praticamente cloni dello Shinkansen giapponese. Funzionalissime sinergie internodali nave + treno + aereo favoriranno collegamenti rapidissimi con tutti i maggiori punti nevralgici del continente, consentendo di coprire abissali distanze in poche ore. Ora ci si sta preparando addirittura a ospitare le Olimpiadi del 2020. Meglio, molto meglio di Parigi. Meglio di Tokyo. Forse ci troviamo a rivaleggiare con New York. Semplicemente meraviglioso. Ma in tutta questa caleidoscopica ostentazione di modernità e progresso c’è qualcosa che stona. L’immenso agglomerato urbano in procinto di diventare una bellissima Vanessa è servito da sole due linee metropolitane, già superate e bisognose di essere prolungate. Il traffico in superficie è impossibile. S’impiegano ore per percorrere una manciata di chilometri. Le attese alle fermate degli autobus sono lunghissime ed estenuanti. Manca tutto: i bus, le pensiline, le panchine, le macchinette emettitrici dei biglietti, i wc. Se è inverno e piove, è meglio mettersi il cuore in pace e rassegnarsi a percorrere lunghissimi tratti a piedi sotto l’acqua, perché di sicuro si fa prima e almeno non si rimane lì a infradiciarsi invano. Le paline luminose sono quasi sempre guaste. I taxi sono introvabili. I parcheggi inesistenti. Le auto sono ferme in doppia, tripla e quadrupla fila. A volte si usano gli stessi marciapiedi come piazzole di sosta. Per usufruire di una toilette occorre infilarsi in un bar e confidare sul buon cuore del gestore. Ogni giorno c’è un corteo, una manifestazione, una dimostrazione, un sit in che blocca tutto. Così, invece che impiegare un’ora o due, è pressoché certo che non basterà l’intera mattinata per arrivare a destinazione. Di conseguenza, è meglio metterci una croce sopra e tornarsene a casa. La città è sporca, buia e inquinata per la spropositata quantità di automobili e autobus, turistici e di linea, che giornalmente vi affluiscono da tutto il circondario per la totale assenza di valide alternative. Le banchine laterali dello storico corso d’acqua che attraversa il centro cittadino sono ridotte a discariche. Il fiume stesso è una cloaca. No, decisamente non siamo a New York, né a Londra, né tantomeno a Parigi. Bisogna proprio tornare coi piedi per terra: purtroppo siamo a Roma, mesta capitale della mestissima Italia del Terzo millennio, e dell’Italia compendio d’inefficienza, pressappochismo e immobilismo.
Una città che nel corso della sua lunghissima storia ne ha viste di tutti i colori, ma la peggiore esperienza che ha avuto la sorte di attraversare è stata quella di cadere, nel dopoguerra, in mano a una banda di inetti parassiti truccati da politici, capaci soltanto d’inefficienza, di demagogia e della più famelica delle corruzioni. Peggio degli Unni. Conseguentemente, una lunga, vergognosa pratica di killeraggio urbanistico ha sfregiato l’Urbe con devastanti cicatrici fatte di orridi ecomostri, alcuni lunghi più di un chilometro. La superba città dei Cesari, malgrado i progressi della tecnologia, grazie a questi squallidi figuri ha paradossalmente visto moltiplicato per dieci il tempo necessario a completare una qualsivoglia opera d’utilità pubblica. Per erigere il Colosseo c’è voluto assai meno che per realizzare la linea “A” della metropolitana. Per restaurare il museo di Villa Borghese sono occorsi vent’anni. Per terminare il Grande Raccordo Anulare sessanta. L’anello ferroviario è ancora un miraggio. La linea Roma Nord, vitale per i giganteschi comprensori in via di vertiginosa espansione nel settentrione della città, è ridotta in uno stato pietoso e basta un temporale per metterla ko e appiedare centinaia di migliaia di persone. Il risultato è che si fa prima ad arrivare a Parigi che a percorrere un tratto della Flaminia nell’ora di punta. Le soluzioni ipotizzate sono a dir poco grottesche. Hanno proposto di tutto e di più. Il “car sharing”, il taxi “collettivo”, i monopattini, le piste ciclabili. Come se imporre a milioni di persone di adottare lo stile di vita maoista fosse un gioco. Recentemente ne hanno “sparata” un’altra: facciamo in modo di permettere alle moto di usufruire delle corsie preferenziali destinate ai bus di linea. Pazzesco. La gente vuole il pane e loro non gli danno neppure le brioches. Anzi. Si propongono di saziarle con i salatini. Ci sarebbe bisogno di scavare giorno e notte centinaia di chilometri di tunnel sotterranei e loro lì a cincischiare con gli autini elettrici e i pattini metropolitani. Da 4 anni circa si parlava della costruzione della linea “C” del metro’, quella Grotte Celoni-Clodio, un’opera necessaria quanto un antiblastico per un ammalato di tumore. Naturalmente era troppo facile sperare in una struttura concepita integralmente, a partire dalla fase di progettazione fino a quella di realizzazione. Sì, sarebbe stato troppo logico. L’opera invece è stata partorita col criterio tutto gastronomico - e italiano - dello spezzatino, e proprio come tale è attualmente in fase di realizzazione solo il primo tratto dell’intero percorso, il “T1” Grotte Celoni-San Giovanni. Si tratta di un segmento alquanto periferico, povero di reperti, che, compatibilmente con la fase preliminare delle prospezioni archeologiche, prosegue abbastanza in sintonia con i tempi originariamente preventivati. Adesso si era nell’imminenza d’iniziare la realizzazione del sospirato secondo tratto del lungo serpente sotterraneo, quello, importantissimo, compreso tra San Giovanni e Colosseo. E qui è venuto giù tutto. Sono anni che languiscono tra la polvere e la souplesse, placidamente collocati prima nell’aiuola di Piazza Venezia e ora spostati al lato del Foro Traiano, i cantieri per le prospezioni archeologiche, lentissimi, improduttivi e dispendiosi. Non è dato di conoscere il motivo che costringe i tecnici, al primo sassolino rinvenuto, a modificare il tracciato originario apportandovi costosissime varianti con conseguente lievitazione dei costi e dei tempi di realizzazione. Fatto sta che, per il rinvenimento di una base in marmo e di una “vetreria” del 1700, si era già stati costretti a rinunciare agli accessi sulla grande piazza prospiciente l’altare della Patria. Ora mancava poco al via libera per il varo definitivo del tribolato tratto, seppure monco, quando improvvisamente ci si è resi conto, “grazie” a una “tempestiva” denuncia di Italia Nostra, che il segmento in questione, San Giovanni-Colosseo, è «un’opera mastodontica e dai costi astronomici». La considerazione ha portato alla mancata approvazione, da parte del Comitato tecnico regionale, della suddetta tratta. «La “T3” era accreditata per un costo iniziale di 510 milioni di euro, ovvero 200 milioni a chilometro, ma nel progetto definitivo è lievitata a un miliardo e 35 milioni di euro, con un costo medio di 500 milioni di euro a chilometro, pari al 160 % in più», ha spiegato Antonio Tamburino, del direttivo romano. Il niet opposto dall’organo di consulenza tecnico della Regione è dovuto alla «mancanza d’idonea copertura finanziaria regionale». Obiezioni superate, assicura Giovanni Simonacci, responsabile del procedimento dei lavori. Rassicurazioni che ad ogni modo non convincono affatto Italia Nostra, a cominciare dal boss Carlo Ripa di Meana, che per la metro “C” ha presentato un esposto al Cipe e un ricorso al Tar per la riapertura della Valutazione d’Impatto Ambientale. Tanto per rendere le cose più semplici insomma. Evidentemente Ripa di Meana, per andare a lavorare - se ci va - usa l’auto blu con la scorta a fare da apripista. Come se non bastasse già tutto questo bailamme, un consigliere Pd ha annunciato di voler convocare al più presto una seduta congiunta delle commissioni Mobilità e Trasparenza «per appurare se le cifre portate all’attenzione dell’opinione pubblica da Italia Nostra sono fondate e perché c’è stato questo aumento dei costi così spaventoso». Ogni tanto questi luminari dell’amministrazione cittadina cascano dal pero. Contro la «lievitazione spropositata causata dalle modifiche richieste al tracciato» si è scagliato anche il I Municipio, che ha già negato l’occupazione di suolo pubblico per il cantiere logistico della metro “C” nell’area del Parco della Pace antistante l’ospedale militare del Celio. Ai solerti funzionari del I Municipio evidentemente basta sdraiarsi davanti alle ruspe per risolvere i problemi. Insomma, questi Municipi, lentissimi quando si deve operare qualcosa di buono, al contrario si mostrano stranamente efficienti quando è l’ora di porre paletti e divieti. A buttare altra benzina sul fuoco è giunta notizia che nel IX Municipio sono già mobilitate le associazioni Porta Asinaria, Appio Metronio, e il Comitato San Giovanni. La vertenza nasce dallo spostamento del sito originario della linea “C” da largo Amba Aradam a Piazzale Ipponio, dove residenti e bottegai prevedono che si creerà un blocco totale della circolazione con la chiusura della piazza e disagi per tutte le attività commerciali.
Da Roma Metropolitane si è poi specificato che per la tratta compresa tra Colosseo e Piazzale Clodio si prevede che il progetto definitivo possa essere completato per la fine del 2010. Insomma la situazione è grave ma non seria. Si prevedono opere faraoniche, alcune utili e altre di cui si sarebbe potuto francamente fare a meno, risparmiando un mucchio di denaro. L’unica infrastruttura vitale per la città, che sta per soccombere al traffico e all’inquinamento, giace invece in sala di rianimazione nell’indifferenza generale, frazionata in tre pezzi ognuno messo peggio dell’altro. Il primo tuttora “work in progress”. Il secondo bloccato a opera di una legislazione demenziale, dalla sindrome da museo di un pugno di parrucconi e dall’egoismo di 4 mercanti. La terza ancora di là da venire. Il risultato è che per andare a visitare gli avveniristici musei, l’immenso porto turistico, il megascalo intercontinentale e le corse dei bolidi a 300 km orari, con l’aria che tira, di sicuro saremo costretti a spostarci in “modernissimi” “S&T”. Vale a dire “Suola e Tacchi”.
Angelo Spaziano



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