Nel nido con mamma e papà

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Famiglia davanti alla TV

La Francia, la Gran Bretagna e la Svezia sono esempi di come la politica favorisca l’autonomia familiare

È un po’ il vizio degli economisti che quando non riescono a trovare soluzioni adeguate ai problemi si rifugiano nelle disquisizioni sociologiche. I nuclei familiari tendono ad allargarsi o a restringersi in virtù delle condizioni economiche dei propri partecipanti e dei rapporti esistenti tra essi. Le famiglie mononucleari hanno proliferato al momento in cui era sopportabile, per il reddito, il pagamento di un canone di affitto o di una rata di mutuo che non superasse il 30% dello stesso, le utenze telefoniche, acqua, luce, gas, assorbivano un ventesimo delle entrate ed oltre il mantenimento ci si consentiva anche qualche svago, se non addirittura un certo risparmio da accantonare. Il reddito era certo e duraturo, le prospettive erano in incremento e non in regresso. In tali circostanze le unioni rappresentavano un risparmio, per la legge dei grandi numeri, ed in più la proliferazione non solo era un desiderio civico e religioso ma anche il coronamento di una prospettiva di felicità. Il distacco dalla famiglia patriarcale era combinato al passaggio da una società rurale e contadina ad una industrializzata ove le opportunità difficilmente andavano ricercate all’interno del patrimonio familiare ma si dovevano necessariamente spingere oltre i confini del possedimento. L’industria ed il terziario chiamavano altrove e la mobilità era una necessità. Le autonomie finanziarie dei singoli componenti della famiglia spezzavano le condizioni di sudditanza e sottomissione alle volontà, non sempre condivise, del capofamiglia (padre, madre, marito o moglie che fosse).
Vivere in comunità impone degli obblighi di reciproco rispetto e di civile convivenza: l’individualismo spinge all’isolamento, e questa può essere l’unica nota sociologica del nostro ragionamento. La modificazione delle condizioni anzidette rimodula i comportamenti per cui il distacco dalla famiglia di origine, dalla convivenza impone una verifica delle autonomie finanziarie. Tra le Nazioni europee solo l’Irlanda si avvicina alle percentuali italiane e spagnole di giovani tra i 20 e 30 anni che scelgono di rimanere in famiglia: 61% contro il 70% degli italiani ed il 72% degli spagnoli. La Francia (35%) la Gran Bretagna (28%) e la Svezia (al 18%) sono la conferma di come l’industrializzazione avanzata, ed una politica degli alloggi economicamente sostenibile, favorisce le autonomie delle famiglie. In queste N\azioni, inoltre, il tasso di ripopolamento è superiore a quello italiano, al netto dell’immigrazione. La politica per la famiglia è stata strutturalmente demolita nel tempo, anche dal punto di vista fiscale, poiché da una parte era una interposizione inaccettabile tra lo Stato ed il cittadino e dall’altro una “convenzione borghese”. La stessa Sacra Rota, riguardo alla indissolubilità, non ha dato gran prova di fermezza.
La politica dei sussidi, ripresa anche al Ministro Brunetta, non risolverebbe la questione. Si è visto al tempo del presalario universitario: le Università di affollarono di iscritti, si incrementò solo la vendita delle cinquecento FIAT, si allungarono i tempi di parcheggio scolastico. L’istruzione universitaria era l’alternativa alla disoccupazione post scuola superiore, soprattutto al Sud. Sulla media europea l’Italia ancora occupa i piani bassi, sia per quantità che per qualità.
La politica è chiamata a definire il modello di civiltà che vuole perseguire: nella valorizzazione dei corpi intermedi anche la famiglia, riveduta e corretta, trova un suo ruolo fondamentale di impegno individuale e collettivo. Deve essere messa nelle condizioni di potersi sostenere e sviluppare. Un serio piano di edilizia economica e popolare sarebbe la risposta più convincente togliendo alla speculazione l’egemonia del mercato immobiliare. Ripopolare i centri a scapito delle periferie farebbe risparmiare in trasporti ed in sicurezza del territorio, riqualificherebbe i luoghi di incontro e di convivenza sul territorio urbano smantellando le piazze, vuote, da cartolina riconsegnando ai ragazzi gli spazi per giocare a pallone, e socializzare ed i ritrovi per lo “struscio” serale, prima della cena.
Il tutto al riparo di un lavoro duraturo ed adeguatamente retribuito, che è compito della collettività assicurare.
Stefano Taddei



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